Intervista Alessia Di Palma.

Scrittori e scritture

Il titolo del tuo libro cuore e mente, in questa ” mente “, quella di Valentina, cosa si accende, con la musica per lei, la sua passione, cosa, invece, succede, senza svelare troppo sul libro, per non credere nella sua passione ?

La passione per la musica nasce in Valentina sin dalla tenera età, grazie al contributo di suo padre. Valentina non è che non crede più nella sua passione, ma il ricordo e la consapevolezza che suo padre non c’era più scatenava una serie di emozioni che la spaventava. Così per evitare ciò, decideva di allontanarsi dal pianoforte, senza rendersi conto che stava imboccando una strada buia

Parlaci di Valentina, il tuo personaggio, come sceglie di fare la cameriera, in cosa l’aiuta, questo lavoro ? 

Il nome di Valentina nasce da una mia idea di amore, ovvero un equilibrio tra cuore e mente, rifacendomi poi al santo degli innamorati. Valentina sceglie di fare la cameriera per aiutare economicamente la famiglia, visto che suo padre non c’è più per farlo

Arriva per Valentina, un’amica, con cui interagire, colmare il vuoto lasciato dal Padre, come affronta la questione di questo vuoto la tua protagonista, in cosa Caterina l’aiuta ?

All’inizio della storia, Valentina non affronta il vuoto, anzi preferisce crogiolarsi nella disperazione che questo porta. Caterina è la sua roccia che cerca di farle guardare il mondo con i suoi occhi, ovvero pieni di speranza e di allegria. Inoltre, le fornisce preziosi consigli per sopravvivere al trattamento riservato a Valentina nel ristorante

Il rapporto, la relazione, tra Valentina e il giovane musicista americano, descrivici il loro stare insieme ? 

Zack è un ragazzo che gira il mondo grazie alla sua musica. È approdato a Capri in vacanza e mette i suoi occhi su Valentina. Per lei Zack è tutto ciò che avrebbe voluto essere: libertà e musica. Si innamora di lui proprio di questo, ma lui sembra essere un tipo un po’ troppo legato alla sua libertà. Il loro rapporto diventa singolare. 

Descrivici brevemente, un motivo, per cui il lettore dovrebbe leggere il tuo libro ?

“Cuore e Mente” non è un libro d’amore come può far fuorviare il titolo, ma un libro di crescita. Le vicissitudini che capitano a Valentina sono dovuti alla sua ingenuità e immaturità, perciò possiamo affermare che questo libro è di formazione e chiunque può ritrovarsi in ciò che le capita e imparare qualcosa, come ho fatto io scrivendolo.

Oggi vi sono diverse presentazioni, i nuovi mezzi virtuali, riempiono le nostre giornata, da tempo sempre di più, per chi non fa la carriera professionistica di scrittrice, cerca si farsi conoscere, quale è secondo te lo spazio migliore, cosa, in pratica, a te servirebbe, oggi, per una buona promozione ?

Io uso molto Facebook, il quale mi dà un discreto successo rispetto a Instagram o Youtube. Si sa che per noi scrittori promuoverci non è facile e immediato come chi canta o balla. Per capire il talento, bisogna acquistare un libro. Per fortuna mi sono creata un piccolo pubblico che è sempre impaziente di leggere qualche mia opera.

Progetti per il futuro ?

Sto lavorando ad una trilogia fantasy, ma ho già pronto un libro nel cassetto dal titolo “Una goccia nell’anima” che vorrei pubblicare una volta passato questo maremoto Covid. Mi piacciono le presentazioni in sede e non virtuali, non vedo l’ora di poter partecipare di nuovo a mercatini e fiere.

Intervista a Giulia Porena

Scrittori e scritture

1- Il tuo libro, La stanza dei Pensieri, accompagna il lettore in delle riflessioni, come cercare di entrare nel pensiero di chi inizia a leggere questo libro, soprattutto dal punto di vista narrativo, della scelta del linguaggio ?

Questo libro è molto semplice da questo punto di vista, tant’è vero che l’ho scritto che avevo appena sedici anni. Non c’è bisogno di sforzarsi di immedesimarsi nel protagonista, è un’azione che avviene automaticamente all’inizio della lettura, in questo modo naturale si viene introdotti anche al pensiero. Il linguaggio invece è studiato proprio per cercare di creare empatia con chi legge, facendo sì che si riconosca in realtà intime molto comuni ma affatto scontate. Allo stesso modo sono trattati gli argomenti, sempre con l’aiuto di un certo linguaggio, che non sono spiegati fino in fondo, ma ogni tema viene aperto e poi affidato alla coscienza di chi sta leggendo.

2- Una stanza, un orologio, che ruolo ha avuto per te il tempo nel libro ?

Lo stesso che ha nella vita reale e nell’immaginazione di tutti. Diventa simbolico per capire cose troppo lontane dalla nostra ragione e al tempo stesso estremamente reale per creare un contrasto tra realtà e fantasia. Tutti viviamo immersi nel tempo che ci trascina, ma comunque rimane una figura enigmatica, autonoma e sfuggente.

3- Molti vorrebbero viaggiare, fare un biglietto, che differenza vi è per te, dato gli ultimi eventi, tra interpretare il mondo come si può, in una stanza, con gli spazi aperti, tipici dei viaggi ?

Lo spazio chiuso serve a rappresentare l’interiorità individuale dell’uomo. La stanza non è per forza un luogo piccolo e riservato dove non può succedere nulla che non sia scontato, ma anzi, in quella stanza succedono cose che non hanno spazio né tempo, che non sono costrette se non dentro la mente del protagonista. Sto raccontando di una mente, non di un luogo, uno spazio aperto o molti luoghi diversi lo avrebbero fatto apparire dispersivo e avrebbero distolto la concentrazione dall’azione principale. Poi dal punto di vista meramente stilistico devo ammettere che preferisco raccontare di un unico luogo e concentrarmi sullo sviluppo psicologico dei personaggi.

4- L’eleganza della vita, spesso vestiamo i nostri sentimenti di essa, cosa vedere nello sguardo malinconico che ti accompagna, ricordi, amore, come ti senti in questo flusso di emozioni, quando scrivi ?

Quando scrivo sono completamente immersa in quello che sto raccontando, divento parte della mia storia, interagisco con i miei personaggi come se fossi uno di loro, provo tutto quello che provano loro (anche se, essendo miei personaggi, sono loro che “provano” tutto quello che provo io). Spesso se sono troppo immersa nella storia (da spaventarmi se racconto di una scena inquietante) sono costretta a fermarmi e ritornare alla realtà, uscire dal mio universo e tornare in questo. Soprattutto mi accompagna la voglia di portare per mano il mio personaggio per la sua storia, di guidarlo e poi vederlo completo scrivendo l’ultima parola dell’ultima pagina.

5- Le tue letture preferite ?

A dire il vero non ho letture preferite, mi spiego meglio: i libri che leggo e che apprezzo spesso cambiano in base al mio umore, alla mia età, al legame che sento con l’autore o con l’autrice (pur non conoscendolo/a) e allo stile con cui mi sento più a mio agio in quel momento. Quindi la scelta delle letture e le preferenze variano spesso; però ho dei libri che hanno segnato delle svolte nel mio pensiero e a cui sono particolarmente legata.

6- Il percorso del libro in questo momento ?

Attualmente stiamo cercando nuove idee per promuoverlo, la chiusura causata dal covid ha messo in difficoltà le attività di promozione attraverso presentazioni ed eventi. Dal punto di vista personale invece continua a rappresentare una piccola tappa della mia vita, con idee che naturalmente ora non sono più le stesse, ma si stanno evolvendo e stanno maturando con me.

7- Su che cosa stai lavorando adesso ?

Principalmente su me stessa, dal momento che i miei lavori vanno di pari passo con la mia evoluzione personale. Dal punto di vista prettamente della scrittura sto ricominciando a scrivere per pubblicare qualcos’altro, ma ancora non sento di poter svelare cosa.

Intervista a Cristina Tagliente.

Scrittori e scritture

Laura il personaggio del tuo libro, vuole vedere se i suoi sogni, visto che spesso si dice che la notte porta consiglio, la vedranno moglie felice, con l’uomo che ama, avrà arrivata a Creta una sorpresa. Ci spieghi questo momento del tuo libro e tu come lo descrivi il personaggio di Laura fai il tifo per lei come moglie oppure come amante tradita ? 

Laura è un ex fidanzata tradita. Tifo più per la rinascita: perché ogni donna dal proprio dolore sa sempre rialzarsi. 

Per chi dovesse vagare con gli occhi nel tuo libro, facciamone una presentazione precisa, anno di pubblicazione, titolo, casa editrice, sopratuttto di tuo quanto ci hai messo e cosa pensi ci sia da dire su un libro oggi ?

Il libro esce a novembre 2020 con gli occhi del Mare casa editrice PlaceBook Publishing . In Laura c’è tanto di me, ma la scena chiamiamola così, del suicidio dove viene salvata da Nettuno è il finale che avrei voluto dare al suicidio di mia sorella. Io penso che sui libri non si debba dire molto, più che altro bisogna trovare le parole giuste per incuriosire il lettore

La radio, la televisione, spesso sono piene di trasmissioni su tematiche d’amore, ambiente, molti dicono che le cose si fanno per passione, per te cosa significa avere passione per l’ambiente ed amore per la scrittura ?

L’amore per l’ambiente va a braccetto con quello della scrittura, e come con tutte le cose che si amano vanno curate

Sei una voce radiofonica come ti trovi al microfono ? 

La radio. mi piace perché è un’altro modo di espressione, soprattutto di comunicazione 

Cosa ti emoziona, sempre, quando lo rileggi ?

Trovo sempre qualcosa per essere soddisfatta

Ecologia, eco+ logos, dovessi tu proporre oggi una indagine ecologica su che cosa punteresti ? 

Punterei molto proprio sull’ecosistema marino.

Hai in mente nuovi personaggi ? 

Si, è credo che i lettori li troveranno interessanti. Tra l’altro è anche uscito il mio secondo libro che una breve raccolta di favole, di cui parte del ricavato andrà a un’associazione che si occupa di animali. Si chiama La foresta dei mille Colori ed è in vendita su Amazon. 

A chi vorresti dedicare di particolare un testo, un libro, una canzone ?

 Il romanzo è dedicato alla mie sorelle che non ci sono più. Il libro di favole ai miei tre figli, una canzone quel ti amo maledetto di Paolo Meneguzzi e dedicata a mio marito

Intervista a Sergio Cardinali.

Scrittori e scritture

“Finis laus Deo” spiegaci questo titolo.

Siamo nel 1736. Il compositore Giovan Battista Pergolesi è molto malato. Gli consigliano di rifugiarsi nel monastero di Pozzuoli. L’aria di Napoli non è in grado di sanare i polmoni del giovane musicista. Pergolesi ha solo ventisei anni e un futuro da costruire. “Finis laus Deo” è la frase che scrive nell’ultima pagina dello Stabat Mater, sua ultima opera. Il ringraziamento a Dio per una battaglia vinta contro la morte. Il compositore ha ricevuto un anticipo per la sua composizione, non può morire prima di averla portata a termine. Una scrittura affrettata, con parti mancanti; una lotta contro il destino. La stessa battaglia intrapresa, qualche anno dopo e con meno successo, dal grande Mozart con il suo Requiem. Pergolesi vince, onora il suo debito e si guadagna l’immortalità.

La storia ci viene raccontata dal suo amico/rivale Egidio Romualdo Duni. Siamo a Parigi, molti anni dopo. Duni, oramai in punto di morte, ripercorre la sua vita e quella del giovane Pergolesi. Gli ultimi dodici giorni della sua esistenza scanditi, in dodici capitoli, dai dodici brani dello Stabat Mater. Nell’intreccio, una lettera d’amore della nobildonna Maria Spinelli indirizzata al suo maestro Pergolesi. Lettera intercettata da una mano ostile e consegnata alla famiglia di lei. Proprio Egidio Romualdo Duni viene accusato di questo gesto

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Adeline e il suo talento, spesso si dice di non sprecarlo, di non fare così, spiegaci questo personaggio femminile, il suo rapporto con le cose belle.

Adeline è una donna del settecento, l’arte non è fatta per lei. Solo le ragazze giovani avevano la facoltà di dedicarsi alle esperienze artistiche. La nobiltà confezionava le sue figlie da marito con lo scopo di conquistare ambiti e convenienti matrimoni. In alternativa esisteva la clausura. Adeline non si rassegna al suo destino e preferisce cambiare vita per non sottostare all’inevitabile sopruso.

Sarà al fianco di Duni fino alla sua morte, fino a rivelare la sua vera e drammatica identità.

Cosa hai in mente di scrivere in questo momento.

L’ultimo romanzo, in via di ultimazione, è una storia di malessere e solitudine. Ascanio e Aida sono due giovani che da anni hanno deciso di rifiutare il mondo, scegliendo di segregarsi dentro le loro rispettive abitazioni. Poi, la folle idea di scriversi e di rivelarsi le loro debolezze. Infine il proposito di uscire, di incontrarsi e di affrontare la vita. Quella vera. Un romanzo epistolare che evidenzia la fragilità umana ma anche il desiderio di ribellarsi alla paura. Due personalità diverse ma accumunate da problematiche comune. Un finale inaspettato.

Si legge di te musicista ed insegnante. Che differenza vi è, nelle pubblicazioni per una Istituzione come la scuola, con quelle di uno scrittore.

La scrittura ruba le parole al mondo, a qualsiasi aspetto della vita ordinaria. Insegnare significa comunicare un sapere ma anche continuare a studiare e a imparare dai propri allievi, giorno dopo giorno. Il romanzo è solo un avvenimento della vita, naturalmente elaborato e impreziosito dalla creatività. Il prodotto finale deve essere “talmente finto da sembrare vero”. Infine, la musica e la scrittura hanno molti punti in comune. Entrambi esprimono la loro sonorità e il loro ritmo, più regolare quello della musica, più frastagliato quello della scrittura.

Scrivere per il teatro, scrivere romanzi, scrivere narrativa per bambini. Prima le donne erano allo scrittoio a scrivere lettere d’amore, bigliettini di buongiorno, buonasera, anche clandestini, oggi abbiamo il digitale, il sociale, il libro elettronico. Come pensi sia cambiato il testo.

L’artista si ciba del mondo intorno a lui. Il testo cambia in relazione al tempo storico. Oggi dobbiamo fare i conti con la velocità e con un mondo più sonoro. L’ottocento di Manzoni poteva passeggiare lentamente e ammirare tutti i particolari del paesaggio. Se, nel nostro tempo, riusciamo a percorrere lunghi spazi, nuotando a pelo d’acqua; in passato si preferiva immergersi nelle profondità senza allontanarsi però dalla proprio postazione. Scrivere significa ricercare le parole della propria esistenza, il ritmo della propria vita; naturalmente ogni epoca ha i suoi fonemi e il proprio andamento.

Il testo, scriverlo, pensarlo, pubblicarlo, in quali di questi passaggi soffri di più.

Scrivere è sofferenza. La ricerca della parola giusta, abolire l’idea del sinonimo, cucire la frase perfetta, ideare l’intreccio più accattivante. Nonostante ciò, l’idea di creare un mondo inesistente vince qualsiasi difficoltà. La paura maggiore coincide con il distacco, affidare la tua opera a una casa editrice. Un figlio che si allontana dalla tua casa senza che tu possa prevederne il futuro. Vorresti il meglio per lui, lo hai plasmato con la massima cura, ma non avrai mai certezze sul suo destino.

Fai un elenco dei tuoi libri dandone una breve definizione.

Fiori Primaverili: il romanzo d’esordio, costruito sulle esperienze personali, perché è meglio partire dalla propria vita prima di crearne un’altra.

Le ragazze entrano gratis: il romanzo nel romanzo. Lo scrittore che incontra i personaggi della sua storia  e che si ritrova a convivere con la sua stessa creatività.

Non aveva la faccia: il conflitto fra un padre che non ha la faccia da padre e un figlio che non accetta il suo genitore.

Il bambino che seppelliva chitarre: una strana storia d’amicizia e d’amore che dura tutta una intera vita.

Un regalo utile (poi nuova edizione: Il regalo): Un banale regalo che passa di mano in mano e diventa il prezioso testimone per un secolo di storia di una famiglia contadina marchigiana (vincitore di undici premi nazionali).

Il viaggio che vorrei: Un viaggio a ritroso nella memoria. La ricerca della verità e della personalità del proprio genitore.

Io sto bene, spero anche di te: una storia vera. La seconda guerra mondiale e uno dei tanti giovani soldati partiti con l’euforia dell’età e ritornati con l’orrore del conflitto stampato negli occhi. Il romanzo è stato ricostruito grazie e lettere e foto personali dello stesso protagonista.

I romanzi per bambini (Alice, il castello noioso; Alice, il pianeta ghiacciato; Alice, il gelato di nuvole): viaggi nella fantasia sfrenata. Romanzi seriali ispirati dal mio lavoro di insegnante e dal contatto diretto con i più piccoli.

Storie di ragazzi: antologia curata e editata da me. I racconti sono stati ideati da ragazzi di dodici anni dopo un mio corso di scrittura creativa in classe.

Di Finis laus Deo abbiamo già parlato.

Il sogno nel cassetto.

Continuare nel mio lavoro fino all’ultimo dei miei giorni e il poter vedere un mio romanzo su una pellicola cinematografica.

Intervista a Bruno Mohorovich

Scrittori e scritture

Il tuo libro s’intitola ” Tempo al tempo “, possiamo dire che la scelta del titolo, passa per una curiosità cosa è successo al tempo, che narri, nel tuo scritto, qualcosa di particolare?

La nascita del titolo è legata ad una locuzione che aveva pronunciato il protagonista del film “Anonimo Veneziano”, il film di Enrico Maria Salerno con la Bolkan e Musante, ambientato in una Venezia autunnale decadente e spoglia. Il protagonista alle continue sollecitazioni dell’ex moglie sul perché l’avesse chiamata, rispose appunto “Tempo al tempo mia cara…”. E l’espressione mi è rimasta sempre impressa; infatti anche per me era arrivato il momento giusto per raccontare in poesia – in altro modo non avrei saputo farlo –un periodo amaro della mia vita. Un tempo, relativamente lungo che ha visto crollare molte certezze e in cui ho veramente gettato via un tempo della mia vita. E per quanto sia tutto passato, quel tempo non si recupera; rimangono solo i rimpianti, e anche la rabbia per quanto ho perduto. Ma per fortuna, grazie anche ad una certa autostima ed alla capacità e forza di chiedere aiuto e mettermi in discussione, ora vivo il tempo al meglio ed ho recuperato quello che pensavo di aver perduto.

“Inno all’amore” edita da Bertoni Editore 2021 e curata dallo stesso prof. Bruno Mohorovich, è una raccolta dedicata alla comunicazione amorosa, oggi come si caratterizza questo modo di comunicare?

La raccolta antologica, che fa parte di una trilogia – gli altri titoli sono “Inno alla morte” e Inno all’infinito” – è nata nell’occasione di San Valentino, festa degli innamorati. Vi hanno partecipato 110 poeti che hanno narrato con parole dolci e spensierate, nostalgiche e sofferte, mai banali tengo a sottolinearlo, un amore ideale o reale evidenziando con la loro scrittura l’emotività dirompente dell’amore, che riporta alla luce sentimenti che sono legati ai ricordi che fanno riemergere nostalgia, ricordi, desiderio, tenerezza, dolore e anche rabbia. Prevert, che di poesie d’amore ne sapeva qualcosa, ha detto che niente è “più tenero e rischioso” del rappresentare il volto dell’amore. Che cosa ne è dell’amore oggi? Beh, credo che sostanzialmente non sia cambiato nei suoi termini più profondi, in quanto si annida nell’anima, appartiene all’anima; in qualche modo ci appartiene, è quella forza che ci fa incontrare l’altro, ci spinge dentro l’altro; dovrebbe essere il superamento di ogni istinto egoistico perché è affidare la propria vita alle mani di un’altra persona.

Certamente oggi non si scrivono più lettere e cartoline; a tal proposito Fernando Pessoa ha scritto che “Le lettere d’amore sono ridicole, ma più ridicoli sono coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore”. E’ cambiato il modo di comunicare in favore dei social e di una messaggistica fatta di simboli e parole contratte e costrette in singoli suoni; e gli stessi muri tra i giovani sono divenuti un veicolo di comunicazione amorosa che travalica il personale in favore del dominio pubblico con la forza travolgente della gioventù che per testimoniare il proprio amore ricorre a versi di poeti celebri o ad espressioni sincere e immediate. Comunque cambi, qualsivoglia forma assuma la storia d’amore sia essa vissuta o anelata, questo sentimento profondo che è vita, forza vitale, non si sottrae al gioco degli sguardi, quella magia che si fa sentire nel silenzio, alla forza devota, semplice dei versi che si trasmutano nei pensieri dell’altro e ne riconoscono l’esistenza Ma il tempo per acquistare una rosa alla propria donna ancora si trova…e meno male.

L’Umbria è dove vivi, cosa ti piace raccontare, cosa pensi stia cambiando, con il modo diverso, di relazionarsi, di questo periodo?


Sono arrivato in Umbria quasi 40 anni fa; ho vissuto in molte regioni (Veneto, Lombardia, Sicilia, Marche) e questa volta dovrei finire qui i miei giorni…Non è stato facile ambientarsi perché quando sono arrivato a Perugia avevo 32 anni e praticamente ho dovuto ricominciare la mia vita da capo. E’ stata dura all’inizio per me, che venendo da Pesaro dove ho vissuto quasi 20 anni ho dovuto lasciare quanto amavo; in questa città dove ero arrivato a 17 anni avevo scoperto e dato vita alle mie passioni: il teatro, la prima radio privata, la curatela dei recital poetici e organizzazione di eventi, i primi impegni associativi… Una volta giunto in Umbria dopo un non breve periodo di solitudine ho ripreso piano piano i miei interessi, per caso come succede spesso; ho intessuto nuovi rapporti, ampliato le mie conoscenze ed ora non posso certo lamentarmi. Perugia in particolare mi aveva sempre affascinato per la sua storia e cultura; ho scoperto borghi e città che sapevano d’antico. Oggi, è la terra in cui vivo e, venendo ai tempi odierni sento tutto il peso di questo tempo che ci preclude qualsivoglia rapporto. Soprattutto per me, che ero abituato a muovermi con la casa editrice per le presentazioni o partecipare a convegni, è pesante: E’ vero ci sono i social, i collegamenti in streaming ma non è, e non potrà, mai essere la stessa cosa di un incontro: Mancano le strette di mano, gli abbracci lo scambio anche scanzonato, di opinioni che hanno un altro sapore dallo schermo. Questo clima ha influito notevolmente anche sul mio scrivere: lo faccio con fatica. Ma l’importante è essere ottimisti – è vietato dire “positivi” – e aspettare che tutto passi, perché tempi migliori arriveranno. Ci dobbiamo credere.

Sono gli incontri letterari, le letture poetiche, che fanno parte del tuo lavoro, dovendo segnalarne, al nostro lettore, uno che ti ha particolarmente segnato, in positivo, quale sceglieresti?

Come ho già detto prima, gli incontri, le letture sono quelle che ora mancano in assoluto di più. E’ stato bellissimo quest’estate quando – nel pieno rispetto delle regole – ci siamo potuti ritrovare a due eventi organizzati dalla Bertoni Editore il Deruta Book Fest e il Farnesina Book Fest in collaborazione con la FUIS; usciti dal lockdown finalmente ci siamo potuti guardare negli occhi, scambiarci impressioni e riprendere quel contatto umano che di lì a poco ci sarebbe stato nuovamente negato. Fra quelli che mi hanno particolarmente segnato in positivo ne segnalo due; uno è stato l’ingresso in un gruppo di scrittura che – dopo anni di critica cinematografica e rapporti con giornali associativi – mi ha dato il là alla poesia che avevo rimosso da molti molti anni: avevo bisogno di una conferma, di capire se valesse la pena che ritornassi a scrivere e così è stato:

Il secondo sicuramente l’incontro con Jean Luc Bertoni, il mio editore che ha pubblicato il mio primo libro di poesie e che mi ha portato al salone del Libro di Torino: per me, che desideravo vistarlo come semplice cittadino curioso, potervi approdare come autore dall’ “ingresso degli artisti” è stato il massimo. E da lì è iniziata una fantastica avventura che mi porta ad essere uno dei più stretti collaboratori della casa editrice, e di questo ringrazio Jean Luc.

Presentaci, in breve, le tue opere, cosa hai scritto sino ad ora ?

Il mio debutto con la poesia è stato “Storia d’amore una fantasia”; una silloge di poesie d’amore come si evince dal titolo in cui parlo dei tre atti d’un rapporto amoroso, l’inizio, lo stare insieme e la fine. Poi, dopo un paio d’anni è arrivato “Tempo al tempo” e nel frattempo ho avviato la curatela di alcune antologie poetiche e no. “La città tra desiderio e utopia” dedicata a Perugia e “Atarcònt – impressioni pesaresi” dedicata a Pesaro. Sono seguite le antologie “Marche – omaggio in versi” che ho curato con l’amica poetessa Elisa Piana e “Napoli – omaggio in versi”.

Attualmente oltre alla Trilogia “Inni” di cui ho detto, sta per uscire il mio terzo libro di poesie “Parlerò di te”, anche queste poesie d’amore -il mio tema prediletto – che si avvale delle illustrazioni dell’artista pesarese Mara Pianosi.

Hai mai affrontato un testo solo autobiografico ?

Con la prosa non ho un buon rapporto, come scrittore. Mi piacerebbe ma non saprei da che parte cominciare. Chissà, forse un giorno, ma dovrebbe essere qualcosa di particolarmente originale. In verità ci ho provato, sollecitato in questo dall’editore, parlando della mia infanzia e giovinezza cercando di raccontare i luoghi in cui ho vissuto attraverso i film che andavo a vedere nei cinema locali e che hanno segnato la mia vita come appassionato del cinema. Ma mi sono arenato e non ho più continuato. Ma l’idea è sempre là. Se per autobiografico vogliamo intendere “Tempo al tempo”, allora sì. Non so se anche le raccolte d’amore contengono qualcosa d’autobiografico; siccome molte di queste sono state scritte nel corso degli anni qualcosa potrebbe esserci.

Torniamo a ” Tempo al tempo “, presentaci il libro, come acquistarlo, dove sentirne parlare ?

Sulla genesi del titolo mi sono già espresso. Devo dire che il libro ha visto la luce in pochi giorni, perché quel disagio che provavo e che ogni tanto faceva capolino, chiedeva di essere espresso; sentivo che l’avevo dentro ma non era ancora arrivato il momento; per quanto quei fantasmi fossero stati rimossi da tempo ancora non riuscivo ad esprimere compitamente quello che sentivo. Poi, improvvisamente una sera, dovrei dire una notte più propriamente, è nato un verso e da questo ha preso il via tutta la raccolta che ho finito in pochi giorni. E’ un libro che mi ha dato soddisfazione in quanto una poesia in esso contenuta, ha avuto il secondo premio al Concorso Internazionale di Poesia Sacra a Montefalco (PG). E , per tornare alla mia passione cimematografica mi hanno segnato la strada due personaggi che appartengono al mio DNA; uno è il musicista malato del già citato “Anonimo veneziano” e l’altro il professore / poeta de “La prima notte di quiete”; due personaggi che mi appartengono in toto, il primo per la mia passione per la musica ed i secondo per la sua professione e, naturalmente, per l’essere poeta. Ma entrambi meriterebbero molto più spazio.

Il libro così come gli altri che ho citato si può trovare sul sito della casa editrice www.bertonieditore.com Grazie.

Il y a des jours où je suis heureuse, Lucrezia Lerro

Scrittori e scritture, Senza categoria
Dal 23 febbraio 2021 per l’editore francese Éditions des lacs – in tutte le librerie francesi.
“Certi giorni sono felice” è il primo romanzo di Lucrezia Lerro. Un romanzo che ha ricevuto molti premi. Selezionato al Premio Strega 2005. Il libro di Lerro esce in Francia e presto sarà un film.
Il primo passaggio del romanzo su una tv francese Alsace20

Intervista con Antonella Polenta.

Scrittori e scritture

Cosa ami scrivere in modo particolare?

Prima di tutto vorrei ringraziare, Giuseppe Di Summa, per questa intervista che ho il piacere di rilasciare. Devo confessare che sono molti i generi che mi stimolano nella scrittura.  Gli stessi, però,  non trovano la medesima corrispondenza nella lettura. Finora ho sperimentato svariati generi letterari: dalla poesia al thriller, passando per il fantasy. Mi viene abbastanza facile scrivere racconti o romanzi eminentemente di fantasia, e per contro romanzi storici che invece devono necessariamente essere aderenti alla realtà.

Quale libro hai iniziato a leggere per primo?

Ora non ricordo di preciso, perché ho sempre amato leggere. Da piccola mi intrattenevo con le fiabe che ancora oggi amo. Da adolescente ho letto “Piccole donne”, “Il padrone delle ferriere”, “Cime tempestose”, molti libri di A.J. Cronin, per passare a Moravia, Cassola e ai libri di Mario Tobino che ho letteralmente divorato. Ma quale sia il libro che ha detenuto il primato di essere il primo non lo ricordo.

Il tuo ultimo libro “3013 I sentieri del futuro” parla di un viaggio, come ti è venuto in mente di scriverlo?

Desideravo cimentarmi con la fantascienza, un genere che non avevo mai sperimentato. Premetto che non ho mai letto libri di fantascienza, invece, ho avuto il piacere di apprezzare alcuni film:2001: Odissea nello spazio del grande Stanley Kubrick e l’indimenticabile Blade Runner di Ridley Scott, un regista che apprezzo molto. Circa un paio di anni fa ho avuto il piacere di vedere il sequel Blade Runner 2049, sempre di Ridley Scott e con Harrison Ford seppur in fugace apparizione rispetto al primo. Ritornando alla domanda posso dire che i viaggi, soprattutto quelli lontani, in luoghi insoliti, con culture distanti dalla nostra mi hanno sempre stimolata. Addirittura da adolescente desideravo effettuare delle orbite attorno alla terra per apprezzare la fantasmagoria e immensità dell’universo. Dunque il passo è stato breve. Scrivendo il romanzo mi è sembrato di poter viaggiare tra asteroidi, pianeti sconosciuti, nebulose e di entrare in contatto con altre civiltà.

L’uso del vocabolo per te cosa rappresenta, dove hai trovato, le parole per scrivere?

Le parole fioriscono dentro di me spontaneamente. Raramente faccio uso del dizionario. La scrittura me le evoca senza sforzi. Mentre scrivo a volte affiorano alla mia coscienza vocaboli da me poco usati o addirittura che non mi pareva di conoscere. Solo allora verifico che il termine sia adeguato al passo che sto scrivendo. In “3013 I sentieri del futuro” per adeguarmi alla tecnologia futuristica e alle situazioni descritte ho inventato alcuni termini per indicare materiali, sostanze chimiche e minerali in uso sul pianeta.

Presentaci i personaggi del tuo nuovo libro?

I personaggi del mio romanzo sono molti e direi difformi gli uni dagli altri. Troviamo gli umani che giungono su Daleth, un pianeta situato in un’altra galassia rispetto alla nostra. Gli umanoidi che popolano il pianeta e che vengono denominati figli di Daleth, i robot senzienti e infine gli androidi, esseri derivanti dall’unione di parti organiche e vitali con pezzi metallici.

Su cosa deve porre secondo te, in modo particolare, l’attenzione il lettore, sfogliando “3013 I sentieri del futuro”- Masciulli Edizioni?

Per vivere appieno l’avventura narrata, secondo me, il lettore deve lasciarsi andare, come se intraprendesse in prima persona  le varie fasi del viaggio. Dapprima attraverso la Via Lattea che  è la galassia del nostro sistema solare, poi all’interno del buco nero nel quale la navicella spaziale         viene risucchiata, infine sul pianeta sul quale approdano i personaggi umani del romanzo. Nel libro affronto il tema delle emozioni e di come si sono modificate alcune aree del cervello preposte alla loro genesi. Insomma è un libro che offre diversi spunti sia filosofici sia esistenziali.

 Come vanno le presentazioni in questo momento, hai scelto, un modo per interagire a distanza con i lettori?

Purtroppo non bene, a causa del Covid le presentazioni dal vivo sono interdette. Per interagire a distanza ho prodotto dei video che condivido sui social. Sinceramente non so quale possa essere l’impatto reale sulle vendite. A me piace il contatto visivo con il pubblico, l’interazione immediata, il feedback.

Le mie luci

Scrittori e scritture

Non saprei dire qual è il Natale più lontano di cui abbia memoria. I miei ricordi confusi di bambina sono illuminati dai nastri argentati, molto in voga negli anni ottanta, tutti attorno ad uno dei primi alberi sintetici in commercio, dalla carta da regalo gialla, immancabile caratteristica del negozio di giocattoli più famoso della città, e dall’odore di miele tipico dei dolci natalizi calabresi, che avrei imparato a mangiare solo molti anni più tardi.
Quando sei bambino, l’atmosfera colorata e tintinnante del Natale è il tuo primo contatto con ciò che c’è di magico a questo mondo. Probabilmente ho creduto anch’io a Babbo Natale, ma non era quello il fulcro centrale delle mie domande, non era l’aspetto dei regali il più importante per me: amavo le luci, mi incantavo a guardarle. Potevo passare ore seduta per terra a tenere il tempo della loro intermittenza, fantasticando persa nell’alternarsi del loro cromatismo, che ancora oggi esercita su di me un fascino incontrollabile, domandandomi con quale segreto meccanismo le lampadine riuscissero a capire di quale colore tingersi e quando. Ancora oggi carico il mio nuovo albero sintetico di fili e fili di luci rigorosamente colorate, disponendole con cura in modo da illuminarle ogni angolo, incantandomi come allora.
La luce è l’antitesi di ciò che è oscuro, eppure il sentimento malinconico che accompagna ogni mio dicembre non riesce ad essere sconfitto dall’andamento ritmico dei moderni fili di variopinti led che si intrecciano sui rami sintetici nel mio soggiorno.
Una volta qualcuno mi ha detto che ogni sentimento di tristezza non nasce per caso, ma
scaturisce da qualcosa nel nostro profondo che non siamo riusciti a capire, a superare, o che con molta probabilità non conosciamo neppure, ma asintomaticamente ci ha avvelenato l’originaria spensieratezza dei tempi in cui il primo cioccolatino del calendario dell’avvento segnava l’inizio del periodo più felice e fatato dell’anno.
Iniziai ad accostare la tristezza al Natale in seconda o terza elementare, quando per la prima volta lessi “Canto di Natale” di Charles Dickens. Da quell’anno in poi lo lessi ogni domenica d’avvento per molto tempo, seduta di fronte alle mie luci, pensando alla povertà di chi non avrebbe conosciuto la gioia di scartare un pacco e trovare il giocattolo desiderato.
Quando raggiunsi l’età in cui non si scrive più la letterina a Babbo Natale, per una serie di circostanze che funestarono me e chi mi stava intorno, il mese di Dicembre iniziò a simboleggiare la fine, qualcosa di inspiegabilmente drammatico, i giorni del resoconto di un anno che fu il primo di una lunga serie di affanni, vissuti direttamente o spesso soltanto assistiti.
Questa sensazione si protrae ancora oggi, quando ricadono anniversari che magari la mia mente non associa all’istante ma il mio corpo sì, perché i muscoli hanno memoria, il cuore per primo.
Non termino mai di addobbare l’albero prima del 20 dicembre, cercando di procastinare il senso di colpa che mi crea l’arrivo di un periodo di festa del quale non riesco pienamente a gioire.
Qualche anno fa, il pomeriggio della vigilia di Natale, portai il pandoro ad una casa famiglia, il moderno orfanotrofio, del centro storico cittadino, per arrivare a sedermi a tavola a cena soddisfatta di aver compiuto una buona azione, ma fu peggio: per tutto il tempo pensai a quei bambini, ai quali la vita ha tolto più di una cena a base di pesce.
Quest’anno non so che Natale sarà. Il mese di dicembre stavolta porta con sé l’arduo peso del bilancio di un anno durissimo, singolare senza dubbio, ma difficile per tutti. Ho iniziato a scrivere di Covid durante il primo, assurdo lockdown. Se provo a contare il tempo passato, mi rendo conto che sono passati quasi dieci mesi, ma dentro questa bolla i giorni sembrano molto più corti e rapidi.
Me ne accorgo quando scendo a fare la spesa e mi costa fatica fisica e mentale uscire di casa, quando tra gli scaffali ho timore nello scegliere e toccare le confezioni di torrone, quando mi sento un inquisitore spagnolo mentre guardo male un signore in fila con la mascherina sotto il naso nonostante io stessa spesso mi senta soffocare. In dieci mesi sono cambiate le mie radicate abitudini, da quotidiana girovaga a reclusa solitaria, e al contempo è cambiata la vita intorno a me, molto più digitale, molto più essenziale negli aspetti tangibili. Se mi piaccia o meno quest’ultimo aspetto non so dirlo, ancora non sono uscita dalla mia bolla. Stavolta mi sono ritrovata a fine dicembre senza prenderne piena coscienza, ipnotizzata nel ripetitivo andamento di giornate tutte uguali, ma montando l’albero ramo per ramo, ci ho messo più amore. Ho aperto gli aghi di stoffa pensando a chi trascorrerà un Natale in solitudine, lontano da casa, dagli affetti più cari che si raggiungono soltanto nei giorni di festa, o a chi lo passerà con un posto in meno
a tavola. Ho appeso le mie mille palline con una cura particolare, attenta ad ogni dettaglio e addobbando anche la parte nascosta dell’albero, quella lato muro, perché anche ciò che si vede solo se lo vai a cercare merita la dignità della decorazione. La cura più importante però l’ho conservata per le luci.
Filo dopo filo, giro dopo giro, ho fatto sì che l’illuminazione invadesse ogni spazio possibile, illuminando di riflesso anche i miei pensieri più bui. Ho intrecciato i fili facendo attenzione a non aggrovigliarli, alternandone le intermittenze e misurandone le distanze, disponendoli uno alla volta già accesi. E poi mi sono incantata di nuovo, come quando ero bambina, per minuti e minuti ferma ipnotizzata dall’andirivieni dei colori caldi e freddi. Ho sperato per un minuto di riprovare l’ingenua meraviglia spensierata della me bambina, pregando Babbo Natale non di portare i giocattoli a tutti i bambini del mondo, ma di regalare un po’ di speranza a chi quest’anno ha perso tanto, a chi vorrebbe abbracciarsi e non può, a chi sorride agli affetti dalla bidimensione di uno schermo in remoto. Sarà un Natale di assenze per molti, di attese per altri, di benedette convenzioni per pochi.
Per questo articolo mi è stato chiesto di descrivere cosa ci portiamo di vecchio nel nostro Natale che amiamo ancora oggi: all’inizio è stato difficile pensarci, trovare una risposta a questo quesito che può sembrare semplice ma in realtà prescinde un’analisi introspettiva notevole. Dopo averci rimuginato su, posso affermare che del mio vecchio Natale porto con me, custodito nei meandri più nascosti del mio cuore, è l’effetto che da sempre mi fanno le mie luci, l’iniezione della profonda speranza che alla fine, nonostante l’oscurità, le luci riusciranno ad illuminare ogni angolo, e andrà tutto bene.
Francesca Librandi

She may have found a reason to forgive, if he had only tried to change.
(Lei avrebbe potuto trovare una ragione per perdonarlo, se lui avesse solo provato a cambiare.) da Beyond this life, Dream Theater


Ha sempre amato l’atmosfera natalizia che invade le strade subito dopo il suo compleanno.
Forse perché, dopo la festa più triste dell’anno, sente il bisogno di circondarsi di allegria, o forse perché era il periodo preferito di Marco. Non riesce a ricordare quanti pomeriggi avevano passato insieme a comprare addobbi, quanti abeti sintetici avessero riempito di ingarbugliati fili di luce.
La parte in assoluto prediletta da entrambi era la ricerca dei regali più assurdi: schiaccianoci, penne ad inchiostro di china, l’ultimo Natale regalarono alla madre di lui un distruggi documenti dei Pokemon. Consumavano i negozi a furia di entrare e uscire, spesso senza acquistare nulla, solo per il gusto di commentare gli articoli in esposizione. Da due anni ormai, nelle domeniche d’avvento, gira da sola per il centro commerciale dalle vetrine aerografate di fiocchi di neve, tra i bambini nei loro veloci carrelli a forma di slitta, ascoltando le note in filodiffusione delle compilation natalizie di Mariah Carey e Michael Bublé che conosce a memoria, quasi fosse una cerimonia di rito, il suo particolare tributo in onore di quello che era stato una volta e che non sarebbe stato mai più. Non avrebbe rinunciato al suo iter nonostante in quel freddo dicembre abbia un motivo in più per sentirsi triste: dopo l’ennesimo distacco, per il suo compleanno Alessio era tornato a farsi vivo e lei aveva ceduto alle sue ipocrite promesse ancora una volta. Tempo qualche giorno, poi tutto 192 come prima, come sempre. È stanca di corrucciarsi per lui, non ha neanche la forza per fare il solito, inutile passo indietro. Già da parecchio la loro storia è arrivata
al capolinea, ma il masochismo di chi è abituato a soffrire non le permette di prendere posizione a riguardo. Percepisce quanto sia sbagliata la sua solitudine, quando avrebbe dovuto avere il suo fidanzato accanto, al quale in mesi e mesi non è nemmeno riuscita a raccontare perché sia così importante per lei camminare le domeniche d’avvento tra quelle persone apparentemente felici, troppo impegnate col frenetico andirivieni del loro spensierato quotidiano per accorgersi della sua espressione, ogni anno un po’ più sconfitta. Si ferma in libreria, la tappa obbligatoria di ogni sua visita al centro commerciale, travolta da un’insana volontà di farsi del male.
Scorrendo tra gli scaffali, prende tra le mani l’ultimo regalo che aveva comprato per Marco, un libro di Richard Bach: Il gabbiano Jonathan Livingston. Improvvisamente ricorda di aver regalato lo stesso volumetto anche a Lorenzo. Non ci aveva pensato quando lo aveva fatto, quella prima sera in cui l’aveva riaccompagnata a casa. Prova una leggera punta di dispiacere nell’accorgersi di non avere sue notizie dalla telefonata del suo compleanno. Meglio così, per lui e per quell’arpia ossigenata della sua ragazza. Eppure riflette, a malincuore, sulla scena del loro primo e unico bacio, su quanto era stato bello e su quanto lo sarebbe stato molto di più se non ci fosse stata Ludovica, se non ci fosse stato Alessio. Se Marco morendo non avesse gettato un velo di disperazione su tutto ciò che le capitava. Se con Marco non fosse morta anche una parte di lei.
Appena uscita dalla libreria indossa le cuffie, per evitare di camminare verso casa nel silenzio rimbombante di quei soffocanti pensieri, con un regalo in meno nella borsa e un macigno in più sul cuore.
Tratto da “Attraverso i suoi occhi” di Francesca Librandi

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Recensione : Il riscatto del destino.

Scrittori e scritture

L’ottavo mese del calendario è Agosto, un mese di vacanze, con il quale si apre questo libro, siamo, nel testo il Riscatto del destino, di Grazia Riggio, proprio nell’ Agosto del 1985. Questo  destino sembra iniziare da quella data, non si tratta di lasciare sola Annalisa al proprio destino, del quale tu non ti devi già preoccupare, quando ti viene presentata una delle protagoniste. Non sappiamo, dal titolo, se quello del destino si associ al racconto di una storia romantica, certo Annalisa la troviamo in un incidente in partenza, tra le sue ore di danza, dall’altra parte della scoperta della nostra storia romantica, abbiamo il nostro Antonio, che, invece, si organizza mentalmente il lavoro. La nostra Annalisa, che vuole fare la ballerina, passa dal fisioterapista, inizia il dolore, che non sappiamo se resisterà, diventando amore per il ballo, oppure questo dolore è solo la spia iniziale, di un periodo doloroso, che la nostra Annalisa vivrà con la danza. Non sveliamo oltre, lasciando al lettore. Antonio, come detto, invece, lo viviamo occupato nel lavoro, in un modo quasi tutto occupato come lui, che si sposta nel desiderio di lottare al personal computer, lui non perde la sua intelligenza, seppure una sera si trova con la testa tra le mani, pensando che va tutto a rotoli.

Chiediamo all’autrice di spiegarci il legame tra Annalisa e Antonio nel libro : Sono legati dagli eventi del destino, il quale mette Annalisa davanti a una scelta che prenderà con coraggio, mettendo da parte l’egoismo, e ad Antonio presenta su un piatto d’argento una opportunità che non si lascerà scappare, andrà contro ogni scelta sensata, fino alla redenzione che la coscienza gli detterà.

Scorrendo nel tempo, tra le date, di ogni giornata, si arriva alla scelta di adottare un figlio, ad un incontro con un Giudice, che segue il caso. Si conosce la storia per un bambino, è la storia di Antonio e Sara, che non sveliamo.

Ritroviamo, in tutte queste date, con l’orologio che bene scandisce il libro, anche la nostra Annalisa, nel suo Luglio 1989, lei vuole comporre il numero di telefono, oggi sembra strano ai tempi degli sms, dei messaggi, delle chat, ai tempi Annalisa, non poteva che usare il telefono solo dopo le 20  Lei non lotta, come la coppia di prima, per un bambino, bensì per una audizione da ballerina.

I personaggi, della nostra autrice, iniziano ad entrare nella stanza del lettore, la scrittrice sa raccontare le preoccupazioni per questa audizione, i pensieri della notte che cambiano tutto. Per Annalisa la  speranza è Paolo, non vuole chiudersi nel suo inferno, cerca amici, cerca notizie, vuole avere speranze. Come se scrivessimo, sulle vecchie mille lire del tempo, un numero di telefono, dicendo chiamami quando hai lavoro per me, raccontandole poi, come parole, nelle speranze notturne che i grandi ballerini sono pronti ad accoglierla con la banda e il tappeto rosso, a lei. proprio a lei, la nostra Annalisa, che inizia ad essere conosciuta. Questo dovere vivere esperienze da ballerina famosa, non sfugge, anche se non sveliamo come nel libro ci arriva e se ci arriva. Annalisa e la sua lotta con il partner per ballare, che si racconta alla madre, che ora sa se il sogno di bambina, che vede alla tv, una ballerina e dice che quella è famosa più di me, è arrivato a compimento,  a vivere la felicità di essere famosa. La scrittrice, non presenta, solo il sogno di ballerina, presenta, in una giornata a Spoleto, anche il dire e fare di Annalisa, come turista.

Qui, dopo questo passaggio, leggendo il libro, viene spontanea, una domanda all’autrice : Annalisa ci crede, vuole ballare, quando hai scritto questo personaggio, hai avuto in mente delle storie, che ti hanno ispirato, che hai letto sui giornali oppure visto in tv ?

A dire il vero – risponde Grazia Riggio, sono stata ispirata dai miei stessi sogni. In Annalisa c’è tanto di me, io amo la danza come lei, anche per me danzare è vitale quanto respirare. Non sempre, però la passione basta per fare carriera, occorre avere talento, e ad Annalisa ho donato quel talento che avrei desiderato per me, facendola arrivare dove, nei miei sogni da bambina, sarei voluta arrivare io.

Un libro ovviamente va letto, non svelato in una recensione, possiamo solo consigliare questa lettura, pagina dopo pagina da farsi nella maniera da prendere confidenza con questi due personaggi, tu puoi aprire le pagine cercando di arrivare a leggere quando si sarà resa la vita impossibile ad Antonio. La lettura è bella per il mistero della storia, come stare seduti sulla cattedra leggere il libro ad alta voce, con davanti un amico, capire quando, invece, Annalisa si agiterà sulla sedia per fame, per un litigio.

Il libro nell’epilogo, racconta del periodo più bello che è il Natale, quindi viene da chiedere all’autrice : Il Natale nel tuo libro con Annalisa che guarda tutte le persone a lei care a tavola, per il pranzo, una scena che tutti abbiamo vissuto, in cosa coincide con la vera storia del tuo Natale ?

Sì, mi piace passare le feste in famiglia. Soprattutto da piccola, a casa dei nonni, si riunivano tante di quelle persone, fra zii e prozii, che si faceva fatica a parlare. Ricordo giocate a carte lunghissime e divertentissime. Oggi siamo meno, ma lo stesso mi piace avere accanto chi voglio bene e compiacermi della loro felicità, che poi diventa la mia

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“All’amore non si sfugge”

Scrittori e scritture

All’amore non si sfugge”

Placebook Publishing 2019

Ci sono storie che nascono molto prima di essere raccontate, sono parole ascoltate, intrise di un dolore che aprono una ferita suppurante nel cuore, le fai tue empaticamente, le nascondi gelosamente ma il tempo passa e non ci pensi più, poi…

Poi una sera, ascoltando una canzone, non importa quale solo una voce che mette in connessione mente e anima, tutto si ricompone, come un puzzle dimenticato su di un tavolo impolverato e mancante di quel pezzo che improvvisamente svela l’immagine.

Così è stato per la creazione del mio primo romanzo (nato nel 2016 e rieditato nel 2019).

Tutto comincia un 23 dicembre e si chiude dopo pochi anni di nuovo con una Vigilia di Natale!

Casualità?

Dire proprio di no, non per nulla il mantra che è al centro della storia è appunto “niente succede per caso” (Paulo Coelho docet).

Un “racconto circolare” aperto e chiuso nello stesso periodo dell’anno, scandito a cadenza dai Natali, uno di seguito l’altro… il dolore e la distruzione del primo, dirompente negli eventi che portano la protagonista, Carolina, a ribellarsi alla violenza pur di salvare se non sé stessa almeno suo figlio, rimasta unica ragione di vita.

Ecco che si scopre come la giovane donna sia priva di difese, subisce, nasconde perfino agli amati genitori ogni cosa, la vergogna che prova è talmente grande da offuscarle quasi la ragione; i sentimenti cristiani che hanno sempre fatto parte della sua vita non l’aiutano più, è sconfitta…

In quell’abisso buio in cui si è rintanata non scorge via di salvezza eppure essa c’è, forze nuove ed inaspettate vengono in suo soccorso, l’animo non è quindi così privo di forza!

La graduale rinascita, lentissima, srotola altri Natali ed ogni anno porta il ricordo del primo, di quell’incipit che ogni volta le risuona nel cervello come un fallimento, è zio Giuseppe, vescovo della Diocesi ed il papà Giacomo che donano la certezza del perdono e la dolcezza di una speranza nel futuro prossimo.

La religiosità in lei non si è annullata dagli infausti eventi ma è come diventata refrattaria agli insegnamenti che l’hanno formata, non è raro questo atteggiamento, se infatti le parole non hanno un seguito nelle azioni e nell’esempio diventano un puro esercizio senza costrutto. La Fede non può e non deve essere un dovere ma un moto fortissimo, una propulsione del nostro centro verso l’Alto!

Il Natale, periodo da me scelto per scandire la storia narrata, diventa la preparazione alla “nascita” o ancor meglio alla “rinascita” vera e propria di Carolina e di Adriano (il provvidenziale “lui” che arriva a ripristinare la giustizia) diventando un nucleo intorno al quale gli altri personaggi non meno importanti ruotano, un cerchio che si trasforma, attirando come una calamita fortissima eventi tristi e felici fino al degno finale.

La soavità del periodo, così come spesso la pubblicità ce lo fa vedere, deve far spazio alla realtà, essa è inequivocabilmente il metro con cui ogni storia si deve misurare, le descrizioni che offro sono mie naturalmente, facenti parte della mia indole ma esse sono parte di un’atmosfera nel quale mi piace accogliere il lettore, che diviene ospite gradito.

Amo raccontare la vita senza paraocchi, non sono Liala o Delly di adolescenziale memoria, sono una donna del mio tempo, radicata nel tessuto sociale attuale, scrivo del presente ma preferisco ed amo il lieto fine, sempre!

Concludo con una citazione dal mio romanzo “All’amore non si sfugge”, che trovate su Amazon e nelle librerie Giunti al Punto.

Lo guardò. Aveva gli occhi lucidi, glieli aveva visti raramente ed in circostanze più che emozionanti, più che importanti. In realtà solo una volta prima di quella, quando le aveva detto di amarla!

“Non pensavo mi avrebbe fatto questo effetto, in fondo è solo una parola, io mi sentivo già suo padre, e invece…”

Gli baciò gli occhi.

“Che splendido Natale! L’anno scorso, ti ricordi?” Lui rievocava.

“Sì, ma preferisco questa Vigilia, questa è nostra!”

“Sì anch’io, se pensi però a quanti passi abbiamo fatto da allora, quanti per raggiungerci, per essere felici…”

“È vero…”

Risero.

Arrivò Matteo e mischiò la sua gioia alla loro tuffandosi nel loro abbraccio:

“Mamma, papà, avete visto? Nevica!”

Infinitamente grazie per lo spazio concessomi sperando che le mie parole siano state interessanti e vi abbiano incuriosito ed a quanti vorranno leggermi.

Il mio speciale ringraziamento a Giuseppe Di Summa per la cordiale e gentile accoglienza, cosa preziosa e rara.

Un caro saluto a tutti,

Rosi Brescia

Note Biografiche :

Rosi Brescia, nata ad Oliena (NU) nel 1962 da genitori pugliesi.

Dopo un’infanzia felice vissuta fra Sardegna, Umbria e Basilicata ritorna in Puglia nel 1976.

Qui completa gli studi classici, ma non disdegna ritornare a percorsi di arti varie di cui si appassiona, la scrittura però rimane grande, primo ed immarcescibile amore.

Opera prima “All’amore non si sfugge” 2016/ 2019 (Placebook Publishing)

Un borgo nel cuore” 2018 (Amazon Publishing)

2021… novità…

Per contattarmi:

bresciarosi@gmail.com

La mia pagina/autore facebook “I romanzi di Rosi Brescia”

SPECIALE NATALE 2020

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