L’afflato poetico-dialettale di Margherita Neri- Novi

Scrittori e scritture

Margherita Neri – Novi, con noi per la rubrica Scrittori e Scritture, la ospitiamo con una recensione redatta da una  “cultrice” della lingua siciliana e, nella fattispecie, di  poesie  in vernacolo, che tratta della sua ultima opera letteraria: ” Terra Niura” . Per quello che riguarda la scrittura, ci spiega il suo rapporto con essa, nasce in maniera spontanea  e di getto, senza particolare metodo di rima, metrica e altro, qualche volta, anche   da sensazioni  e/o emozioni che scaturiscono  semplicemente dall’osservare luoghi, eventi  e quant’altro risveglia in me il desiderio di esprimere  personali sentimenti  e  riflessioni .
Relativamente al mio rapporto con gli scrittori, non ho mai ritenuto confrontarmi  anche al fine di evitare commenti spiacevoli che spesso emergono  quando ci si incontra, tenuto anche  conto che  ogni autore  ha libertà di espressioni e licenza  poetica.

L’afflato poetico-dialettale di Margherita Neri- Novi

Chiunque consideri un pò perplesso l’attuale fioritura della poesia dialettale, che già allinea i suoi piccoli passi, quando proprio i dialetti tendono a sparire sulle bocche dei parlanti, con ogni probabilità penserà ad un paradosso. È un paradosso: da una parte la produzione in lingua con aulici riconoscimenti, dall’altra il parlottio paesano e quella leggera patina che ogni regione lascia trascorrere sulla lingua nazionale. Si tratta di accenti, di cadenze e la letteratura non è nuova a questi strani miracoli, conosce queste estreme difese, tanto che lungo il corso dei secoli, il dialetto usato dai letterati ha proceduto parallelamente agli eventi della letteratura nazionale. Oggi la rivincita del dialetto in poesia si deve alle risorse che esso ha ancora a disposizione, rispetto all’appiattimento determinato dai mass-media nella lingua d’uso. Pur attingendo motivi dalla poesia popolare, la poesia dialettale di Margherita Neri non ha mai sconfinato da una colta e raffinata letterarietà. La poetessa rispetta e nobilita i canoni linguistici: l’uso del siciliano infatti, è molto diffuso sia come linguaggio che come lingua conviviale tra persone in stretta relazione; presenta perciò una produzione letteraria piuttosto viva, soprattutto in poesia. Margherita, in questa nuova raccolta poetica, nell’immensità delle emozioni linguistiche e dei sentimenti, riesce a dare un’idea democratica della cultura, iniziando il lettore a comprendere il significato dei diversi atteggiamenti linguistici. La suggestione emotiva della raccolta “La Me Terra” sollecita il lettore appassionato a ricercare l’origine di alcune parole derivanti dalle lingue dei popoli che hanno dominato la Sicilia nelle varie epoche. Forte e riuscito è lo sforzo di Margherita nel recuperare, attraverso la memoria individuale e collettiva i brandelli di testi dialettali rimasti nella mente dell’infanzia o nei ricordi degli anziani, traccia di tradizioni di cui si sta perdendo il filo. I versi “Niuri li matri, li nanni e catananni, sempre alluttati mentri sgranavanu coccia di rusariu…”. In terra Niura fanno cogliere i valori morali e i codici di comportamento sociale ed individuale della civiltà siciliana, fanno rinsaldare le radici che legano alla cultura originaria e alla lingua locale e riscoprire un senso di appartenenza al luogo in cui si vive. I versi sofferti di un intimismo nostalgico della lirica “E Cantava” concentra l’attenzione sulla nostra comunità nei suoi vari aspetti attraverso il dialetto: il lavoro, la famiglia, il mondo dell’infanzia feste sacre e profane. Gli ultimi versi poi sono di una delicatezza struggente: “Era vacanti, nun c’era cchiù lu cantu, lu ventu di l’urtima primavera l’avia ciusciatu luntanu, stutannulu pi sempri”. Il fuoco sacro della famiglia patriarcale ha perso l’ardore con la scomparsa della madre che “Cantava quannu di vuci allegri a casa risunava e u suli trasia dintra e ni vasava, me matri cantava!” e così “Mi Manchi Patri” mi manca la to vuci, u to surrisu, i to manu, i to carizzi, lu ciauru i brillantina ‘nte capiddi”: la poetessa, con tocchi delicati e profondi crea l’icona del nucleo familiare, facendo gustare agli occhi del lettore i profumi, gli odori, le delicate sensibilità da “Casa Ranni” come in altra raccolta già si cantava. Margherita usa sapientemente il dialetto come espressione degli affetti e dei pensieri del Suo popolo: l’idioma dialettale come icona linguistica dell’ardente trinacria al cui fuoco vulcanico si consumano ardori, sentimenti, passioni, violenze, desideri e sottomissioni sociali e psicologiche. Basti pensare alla sempiterna lirica “Zittiti ca sì fimmina” di una precedente raccolta che si compenetra con “Me Matri” ai versi “Me matri ‘un supraniava mai, vagnava cuscini, gnutticava e sarvava, comu juncu si calava a la china”, versi nei quali si combina sapientemente la dicotomia tra la figura femminile energica e determinata e quella tradizionale sottomessa e soggiogata al potere maschile.

La prima vuole il riscatto gridando: “fineru li tempi di – zittiti ca si fimmina – / pista sutta li pedi la suvirchiaria, la gnuranza, la gilusia, di to frati, to maritu, to patri, lu to zitu”.

I sentimenti, gli ardori, le pene e i rimpianti sono sublimati nell’incanto struggente del rintocco dialettale. Così una donna, una poetessa, un’opera letteraria in siciliano, non sono più sinonimi di passato, ma divengono modernità e garanzia di futuro. Una donna moderna è Margherita Neri Novi che ha coltivato tra paure e speranze, il sogno di un passato che si facesse futuro, di una tradizione che divenisse presente, così le sue liriche appaiono pezzi di arte e di umanità.

L’auspicio è che sia sempre più così, che il sentimento e non la repressione, il coraggio della dignità e non la sopraffazione, il culto del bello e dello spirituale e non l’incubo dell’odio e dell’orrido, parlino in siciliano, il SICILIANO.

Dott. ssa  Nella Viglianti

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