Divers-abilità: invenzioni per rendersi felici

LINK SU IL MIO LIBRO

Incontriamo per una breve intervista Lelio Bizzarri, Psicologo Psicoterapeuta Counselor Formatore Blogger e Scrittore, che ci presenta il libro Divers-abilità: invenzioni per rendersi felici . Empatia, autodeterminazione e resilienza

Il messaggio, da rivolgere in ambito educativo, alla società futura, come rafforza l’apprendimento, quale potenziale umano è utile a tuo avviso,per fare studiare meglio ?

A mio avviso, di base nello studio c’è necessità di avere la capacità di impegnarsi, di faticare e di rimanere concentrati. Possiamo ricercare mille espedienti, ma alla fine la verità è che lo studio è dedizione e fatica, così come nello sport. Un grande talento può andare completamente sprecato se non c’è nella pratica quotidiana la volontà di rispettare il proprio corpo e di allenarlo costantemente. Il cervello, le nostre facoltà cognitive sono come un muscolo che ha bisogno di allenamento costante e di essere preservato da agenti esterni che possano influenzare negativamente le sue attività. A mio avviso, chi ha questa capacità, questa costanza, ha molte più probabilità di riuscire nello studio e nel lavoro di chi ha grandi facoltà cognitive.

Poi, indubbiamente, il metodo di studio è importante. Soprattutto, è fondamentale la capacità di comprendere il testo e di capire qual è l’obbiettivo generale che si pone chi ha scritto un brano o un saggio: ciò consente di selezionare i tratti più importanti da tenere a mente, senza immagazzinare nozioni o informazioni in quantità che se sono slegate tra di loro è impossibile tenerle insieme. L’apprendimento è come una grande impalcatura e i collegamenti sono fondamentali se non si vuole che tutto crolli.

Come socializzare, in ambito sportivo, di studio, soprattutto, quali sono le relazioni, anche interculturali, più importanti per una comunità educativa ?

I bambini e i ragazzi adolescenti hanno bisogno di un contenitore sicuro, di sentire che qualsiasi cosa accada non verranno emarginati. In una società competitiva e categoriale come la nostra, purtroppo, questo senso di inclusione viene ricercato attraverso dinamiche di conformismo acritico e di emarginazione del diverso. Al contrario, nella scuola, nelle società sportive o nei gruppi informali è fondamentale stimolare collaborazione, rispetto e accoglimento delle diversità. In questo modo, non solo si combattono le discriminazioni, ma si comunica un senso di sicurezza che nessuno viene escluso. Ciò calma le ansie dei ragazzi e neutralizza buona parte degli impulsi aggressivi che spesso si manifestano come trasformazione della paura.

Il rapporto con l’handicap, come scrivere ad esempio una relazione, delle schede, quali obiettivi porsi, rapportandosi con terapia e diagnosi?

L’obiettivo che ci si dovrebbe porre nel fare sport con bambini e adolescenti disabili è quello di far in modo che il ragazzo trovi il suo modo più efficace ed efficiente di svolgere i movimenti e compiti motori che richiede l’attività sportiva. Ciò è fondamentale sia per lo sviluppo di competenze psicomotorie sia per preservare/potenziare l’autostima. È fondamentale che nonostante la disabilità riesca a sentirsi parte di un gruppo al quale dà un contributo significativo, non è necessario essere il fuoriclasse della squadra. Lo sport come la terapia occupazionale a mio modo di vedere sono forme di riabilitazione che dovrebbero essere sempre affiancate alla fisioterapia in quanto rispetto a quest’ultima hanno maggiore possibilità di sviluppare la motivazione che serve per fare gli esercizi e soprattutto coinvolgono tutto il processo che genera le azioni complesse, dalla programmazione all’esecuzione. Ciò consente di trovare strategie individuali più efficienti anche alla luce della particolare condizione di disabilità. Ergo nella stesura di relazioni e schede ci si dovrebbe attenere alla verifica del raggiungimento di obiettivi legati alle azioni complesse finalizzate ad attività di vita quotidiana e/o sportive.

Si può essere felici, con una disabilità, lo racconti nel tuo libro, come hai esplorato la ricerca del benessere psicologico ?

Credo che non ci sia soluzione di continuità tra patologia e benessere psicologico. È un continuum di vissuti intrapsichici e dinamiche interpersonali nel quale è difficile tracciare limiti di demarcazione netti nonostante i vari manuali di psicodiagnosi possano fornire dei riferimenti utili, ma non assoluti. Credo che ricercare il proprio benessere psicologico sia la strada migliore per preservare la salute mentale e fisica: è molto più probabile che una persona si impegni nel risolvere problematiche psicologiche o che si cimenti nel migliorare la sua condizione fisica se ha un progetto o delle relazioni che lo motivano a stare bene e vivere la vita pienamente. Come si dice fin dalle prime pagine del libro ci sono persone che congelano le proprie aspirazioni e speranze in attesa della guarigione, e persone che prendono atto della condizione del proprio corpo e ricercano modalità di vita diverse per vivere una vita piena. Ciò fa la differenza nel determinare uno stato di patologico e la salute, nonché getta le basi per una buona qualità della vita.

Il racconto, la costruzione, di un libro, cosa ti ha dato dal punto di vista professionale, il libro ti serve con i pazienti e le famiglie ?

Il libro nasce dall’esigenza di fissare alcune intuizioni derivanti dalla mia decennale attività di clinico e psicoterapeuta in questo particolare ambito. Noto che ha l’effetto di rompere alcuni luoghi comuni. Molto spesso le persone che lo hanno letto, magari anche senza rendersene conto, esprimono riflessioni controintuitive che, mi piace pensare, siano state stimolate anche dal mio libro. Diciamo che il mio obiettivo è quello di favorire uno spostamento di paradigma rispetto alla disabilità, da quello assistenzialista a quello inclusivo autodeterminante. Senza troppe pretese, ho voluto contribuire ad un cambio di mentalità e di rappresentazione (e direi anche autorappresentazione) delle persone diversamente abili, quali soggetti attivi nella società piuttosto che fruitori passivi di assistenza.

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