Maurizio J. Bruno

Salve. Mi chiamo Maurizio J. Bruno, sono un ingegnere, lavoro come manager per una brillante azienda italiana che vende in tutto il mondo, ma sono anche uno scrittore di libri d’azione.

I due romanzi che qui vi presento brevemente sono nati dalla convinzione che bisogna scrivere di ciò che si conosce bene, e quindi tecnologia e innovazione che sono il mio pane quotidiano, ma bisogna anche saper far correre la fantasia, troppo spesso imbrigliata dai vincoli imposti dalla realtà e dalle esigenze della nostra vita quotidiana. L’ambientazione tecnologica, e in qualche caso fantascientifica di questi romanzi, comunque, non deve trarre in inganno il lettore perché essa è una sorta di espediente letterario che mi ha permesso di parlare anche di altri argomenti, di rapporti umani, di amore, di amicizia, di solidarietà e di globalizzazione, inserendo tutti questi elementi in un contesto immaginario che mi ha concesso di astrarmi totalmente dalla realtà e di parlarne a ruota libera.

EDEN è un’avventura ambientata alla fine di questo secolo, nella quale quattro persone vivono le loro vite affrontando ogni giorno i piccoli problemi quotidiani e le grandi domande che hanno da sempre accompagnato l’esistenza del genere umano.  Kat e Raoul, due giovani naturalisti, sono in vacanza su Argon3, un minuscolo pianeta dalla natura selvaggia dove un uomo pesa un quarto che sulla Terra, ideale per provare in tutta tranquillità l’esperienza di un tuffo da 150 metri o di un volo in deltaplano. L’occasione giusta per Raoul di riscattarsi agli occhi della moglie, che di certo non lo considera certo il suo temerario eroe. Roberto “Dick” Di Capua, è un archeologo partenopeo in missione a Milano per conto del SAILS, una sorta di polizia interplanetaria che sovrintende all’esplorazione dello spazio, per scoprire la natura di una serie di reperti impossibili, trovati su vari pianeti dell’Universo ma antichi di oltre quindicimila anni. Jamal, infine, è un giovanissimo carpentiere iraniano alla ricerca dell’occasione della sua vita, che mentirà sulla sua età per farsi assumere dalla StarTour e lavorare così alla costruzione di un complesso sportivo su Argon3.
Tre storie diverse che trasportano il lettore in un crescendo di situazioni piene di suspense, per ricongiungersi poi in un finale in cui ogni cosa troverà la sua naturale spiegazione, per quanto incredibile essa possa essere. Sarà un’esperienza che cambierà profondamente ciascuno dei protagonisti, e forse anche un po’ il lettore, da cui ognuno uscirà più ricco di prima, avendo scoperto, soprattutto dentro di sé, qualcosa di nuovo e di veramente importante.

In VELI, invece, ambientato nel presente, un giovane ingegnere dell’ESA, l’ente spaziale europeo, e una brillante storiografa impegnata in uno stage presso la Biblioteca Vaticana si incontrano nel traffico di una frenetica, ma sempre romantica Roma. Lui è indaffarato a mettere a punto i sistemi ambientali che garantiranno aria e acqua pulita a bordo dello SkyRider, la prima navetta con equipaggio umano destinata a raggiungere Marte, mentre lei è quotidianamente alle prese con la Roma del ’700 e con le malefatte compiute in quel periodo dalla Santa Inquisizione. Due mondi distanti e diversi tra loro come il giorno e la notte che vengono casualmente in contatto proprio alla vigilia di quello che si rivelerà, per entrambi e per motivi diversi, un momento cruciale delle loro vite. A spingerli l’uno verso l’altra, la carismatica presenza di Raimondo di Sangro, settimo Principe di Sansevero e ideatore della famosissima cappella omonima sita nel cuore di Napoli che, col suo Cristo Velato, è meta ogni anno di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Un romanzo pieno di azione e colpi di scena, che trascina il lettore tra gli intrighi e le mascalzonate di una trama avvincente ma mai contorta, e che per questo si lascia leggere tutta d’un fiato. 
Ma il vero punto di forza del libro è proprio la costante presenza tra le sue pagine dell’affascinante figura del Principe di Sansevero: Raimondo Di Sangro fu un personaggio misterioso e controverso che, con le sue pratiche esoteriche, divenne l’assoluto dominatore della corte borbonica napoletana per tutto il diciottesimo secolo. Ancora oggi sono tantissimi i misteri e le leggende che ancora circolano sul suo conto, ed è proprio da uno di questi antichi enigmi irrisolti che prende vita la trama di questa coinvolgente avventura, che getta un godibile ponte tra le storie insolute di oltre due secoli fa e la tecnologia e le vicende socio-politiche dei nostri giorni.

EDEN

di Maurizio J. Bruno

CAPITOLO I

         Il velivolo viaggiava silenzioso sopra il manto uniforme delle nuvole candide.

A occidente, il disco rosso del sole continuava a ferire la vista, nonostante il tramonto ormai vicino.

         Avevo volato sugli MD9000 decine di volte, ma non smettevo mai di meravigliarmi per la silenziosità di quel veicolo. Soltanto fino a poche decine di anni prima, la maggior parte degli aeromobili civili che trasportavano ogni giorno milioni di passeggeri sulle rotte di tutto il mondo, erano ancora dei veri e propri aeroplani, e si mantenevano in volo utilizzando ancora, come gli uccelli, la spinta ascensionale dovuta al loro profilo alare in movimento nell’atmosfera terrestre, spinti da rumorosi motori a reazione, che bruciavano migliaia di litri di carburante a ogni viaggio. L’MD9000 invece, come ormai la maggior parte dei veicoli volanti, si sosteneva nell’aria con un modesto consumo di energia,  utilizzando il rivoluzionario principio di Pietrek.

Quasi tutti gli oggetti volanti che oggi circolano sul nostro pianeta possono vincere infatti la forza di gravità, e sostenersi a una certa altezza dal suolo, teoricamente anche in assenza di atmosfera, sfruttando l’interazione dei campi magnetici controrotanti ipotizzati da Pietrek poco più di un secolo fa col magnetismo terrestre.

         Gli aerobus come quello sul quale mi trovavo quel giorno di venticinque anni fa, aggiungevano al sistema Pietrek, utilizzato solo per vincere la forza di gravità, un ulteriore sistema di propulsione. Nel caso dell’MD9000, si trattava di un motore a flusso di elettroni. Il risultato era un volo silenzioso, veloce, sicuro ed economico come non lo era stato nessun volo del ventesimo secolo.

         Assorto in questi pensieri, mi godevo lo spettacolo, riflettendo sul fatto che, forse, solo quei temerari che si dedicavano a sport pericolosi come il volo in pallone avevano potuto godere di una vista simile, con la stessa pace e serenità, nel secolo precedente.

         La voce del comandante ci avvisò con tranquillità che stavamo iniziando la discesa su Milano, dove saremmo atterrati in pochi minuti. Ci fu il solito passeggio di hostess che controllavano le cinture e la chiusura dei tavolinetti, mentre i passeggeri di sesso maschile cercavano di controllare a loro volta la qualità delle gambe delle hostess, e dopo poco tempo l’MD9000 cominciò ad abbassarsi all’interno dello strato di nuvole.

         Immediatamente l’aerobus si tuffò in un bicchiere di latte. Non era possibile scorgere nulla dal finestrino. Era come trovarsi all’interno di un’enorme pallina da ping-pong, e la situazione ovattata era accentuata dall’assoluto silenzio in cui eravamo immersi. Anche l’equipaggio dovette accorgersi dell’innaturalezza di quella situazione perché improvvisamente l’impianto audio dell’aeromobile cominciò a diffondere una musica inaspettatamente briosa. La discesa durò comunque pochi secondi e ben presto l’MD9000 sbucò al di sotto del tappeto di nuvole, trovandosi incredibilmente vicino al suolo.

         Visto da fuori, l’MD9000 somigliava stranamente alla parte superiore di una nave da crociera, intendo dire una nave marina, alla quale lo scafo fosse stato ridotto a quello di una chiatta fluviale. Ce ne erano ancora tante di navi marine, come quelle che ricordavo di aver visto nella mia infanzia ancorate nel porto di Napoli. Probabilmente i loro propulsori erano diversi da quelli del secolo scorso visto che i tempi delle traversate si erano più che dimezzati, ma il fascino romantico delle crociere sul mare era ancora un forte richiamo per le coppie in viaggio di nozze e per altri inguaribili nostalgici.         Quando l’aeromobile si trovò a soli pochi centimetri dal suolo, il campo magnetico fu lentamente ridotto finché non fu più in grado di sostenere il velivolo, che si appoggiò alquanto violentemente al terreno, dando luogo all’unico inconveniente ancora irrisolto del sistema Pietrek, ossia a quel fenomeno che tutti conoscevano come “il salto dello scalino”.

Mi slacciai la cintura e mi diressi verso l’uscita. Tutte queste divagazioni sul volo erano servite se non altro a farmi rilassare, permettendomi di dimenticare per un po’ il motivo per cui mi stavo recando a Milano, ma adesso era tempo di concentrarmi sul mio obiettivo, come la situazione richiedeva.

CAPITOLO II

          Raoul guardava l’acqua della piscina, a oltre centocinquanta metri sotto di lui. La piscina era enorme e, anche vista da lassù, dava più l’impressione di un lago naturale che di una vasca artificiale. Sapeva di non correre alcun pericolo, eppure non poteva non sentirsi spaventato dal vuoto che aveva davanti. Guardò ancora una volta i monitor che si trovavano sulla sinistra della piattaforma e vide Katherine che lo incitava dal bordo della piscina. Gli occhi verdi spiccavano come sempre nel contrasto con il rosso acceso dei suoi capelli. Attese ancora qualche istante, poi vide che l’ascensore cilindrico di cristallo stava salendo nuovamente verso la piattaforma, portando evidentemente un nuovo tuffatore, e capì che doveva buttarsi. Chiuse un attimo gli occhi e si lanciò verso il basso come un antico tuffatore di Acapulco, sulla Terra. Non appena ebbe inizio la sua discesa verso l’acqua, riaprì gli occhi e vide i due soli di Argon 3 splendere sulla superficie della piscina. Gli sembrava quasi di galleggiare, nell’atmosfera ricca di ossigeno. Sul suo pianeta, pochissimi uomini avrebbero potuto tentare un tuffo da quell’altezza, e nessuno con la sicurezza di arrivare tutto intero nell’acqua. Ma sul minuscolo Argon 3, la forza di gravità era meno di un quarto di quella terrestre e ciò rendeva possibile cose che sarebbero state impensabili sulla Terra. Ovviamente negli ambienti di vita, la gravità terrestre era stata ricreata per rendere agevoli operazioni abituali come mangiare, bere o andare in bagno, ma nella maggior parte degli impianti sportivi, il suo valore era quello originale del pianeta ed era questo a rendere così originale quel complesso turistico.

         Raoul scendeva molto più lentamente di un paracadutista sulla Terra, e aveva tutto il tempo di gustarsi il panorama che gli si apriva sotto i piedi. Nessun tuffatore sulla Terra se lo sarebbe potuto permettere. Tanto più che un tuffo da centocinquanta metri, sulla Terra sarebbe durato meno di cinque secondi e mezzo mentre su Argon 3 ci volevano più di tredici secondi per raggiungere la superficie dell’acqua. Riuscì a scorgere perfino Katherine nella folla che si assiepava sul bordo dell’enorme piscina. Stava filmando il suo tuffo con la minuscola telecamera, e sembrava divertirsi molto. Raoul salutò con un cenno della mano in direzione della telecamera, e poi si preparò al contatto con l’acqua tiepida. Fu come infilarsi sotto le coperte.

         Al contrario di quanto si potesse pensare, nuotare su Argon 3 non era invece molto diverso dal nuotare sulla Terra. Era vero che un uomo di ottanta chilogrammi di peso terrestre ne pesava meno di venti su Argon 3, ma era anche vero che vicino ai venti chili era anche il peso dell’acqua spostata dallo stesso uomo nella piscina.

         Raoul era comunque abile nel nuoto, e con poche bracciate raggiunse il bordo, vicino a Katherine. Si appoggiò con i gomiti sulle mattonelle e le afferrò una caviglia, fingendo di volerla trascinare in acqua. Lei emise un gridolino acuto che fece voltare alcuni vicini, e poi esclamò:

         “Ma che fai? Non vedi che ho la telecamera?”  

         “Beh? Non era resistente all’acqua, fino a dodici metri di profondità?”

         “Certo, sul manuale è scritto così, ma non mi va di fare la prova”

         “Ti fidi sempre, eh?” Rispose Raoul sorridendo e dandosi la spinta necessaria per saltare dall’acqua al bordo piscina.

         “TUTTO È POSSIBILE SU ARGON 3, TRANNE ANNOIARSI”

         Era questo lo slogan pubblicitario che li aveva spinti a partire con la StarTour. E con loro migliaia di altri turisti. Era la prima vacanza che potevano prendersi da due anni a questa parte e perciò avevano deciso che dovesse essere la più bella della loro vita, almeno di tutte quelle che avevano fatto fino ad allora. Gli era costata poco più di 3.000 Euro a testa. I primi cinque giorni li avrebbero trascorsi interamente ad argon 3 come tutti coloro che avevano scelto il programma a dominanza sportiva.

         Erano arrivati al villaggio da poche ore e Raoul poteva già archiviare nella sua memoria il «Tuffo di Acapulco», una delle attrazioni più pubblicizzate di quel villaggio. Ma in realtà le cose che si potevano fare su Argon 3 erano così tante che cinque giorni erano il minimo per poterne provare almeno la metà.

         Raoul si avvicino a Katherine e l’abbracciò.

         “Tesoro mio, se non ci fossi tu a organizzarmi tutte queste cose, probabilmente avremmo passato queste sospirate vacanze in qualche affollato solarium sulla Terra, o peggio ancora girovagando senza guida su qualche pianeta esotico.”

         “Allora è per questo che mi hai sposato?”  – disse lei sorridendo con aria furba.

         “No, – rispose lui – È per quello che faremo stanotte!”

         “Brutto porcello – rispose lei rispingendolo nella piscina – questo te lo dovrai guadagnare!”

       Raoul risalì nuovamente dalla piscina sorridendo, per niente arrabbiato per la spintarella di Katherine. Dopotutto erano lì per divertirsi, e pareva che ci stessero riuscendo. Si sedette accanto a lei su una sdraio sotto un ombrellone di paglia e si stiracchiò.

         “Ma sei certa che le radiazioni di questi due soli non siano dannose per la nostra pelle?” chiese a Katherine.

         “Ora chi è che non si fida? È scritto qui sul depliant del villaggio: «…e non occorrono protezioni chimiche per esporsi al sole su Argon 3. Lo strato artificiale di ozono appositamente introdotto intorno all’atmosfera del pianeta è così compatto da impedire, quasi completamente, il passaggio delle dannose radiazioni ultraviolette…» Io comunque ho verificato col mio piccolo UV-meter che nonostante la temperatura sia di circa 30 gradi, la quantità di raggi UVA presenti è più bassa di quella emessa da una lampada neon. Praticamente non c’è radiazione.”

         “Magnifico” rispose Raoul portandosi le mani dietro la nuca e predisponendosi a crogiolarsi al sole, o meglio ai soli, di Argon 3 “Torneremo con una tintarella invidiabile. Peccato che avremo poche avventure da raccontare. Se questi posti hanno un difetto, è che è tutto controllato, tutto sicuro. In altre parole tutto artificiale.”

         “Rilassati Raoul” disse per tutta risposta Katherine “abbiamo già tante cose pericolosamente vere e naturali di cui preoccuparci quando non siamo in ferie, che ogni tanto è anche piacevole distendersi in un paradiso come questo.”

         “E chi dice il contrario. Facevo tanto per parlare. Fosse per me, chiederei la cittadinanza, in questo posto”

         Nel pronunciare l’ultima frase, Raoul aveva quasi ostentatamente sollevato una lente dei suoi occhiali da sole, per osservare una stupenda hostess del villaggio che si allontanava dopo aver lasciato alcuni drink invitanti ai tavoli dei turisti, il loro compreso.

         “Sembra proprio che tu ci voglia rinunciare a quella nottata che ti eri immaginato…” Commentò Katherine sarcastica.

         “Ma che dici? Stavo solo scherzando!”

         “Beh, allora torna a dormire e cerca di recuperare punti!”

         Raoul afferrò il bicchiere dal tavolino e tornò a rilassarsi, con la cannuccia tra le labbra.

         Proprio in quel momento, il servizio di sicurezza stava facendo un’altra scoperta.

VELI
di Maurizio J. Bruno

Solfanelli Editore

ISBN: 978-88-7497-959-2

www.facebook.com/VELI.di.MJB

     Napoli, 2 Dicembre 1751

PROLOGO

     La pioggia scrosciante scivolava sulle ampie vetrate che davano su Piazza Duomo. I lampi riverberavano da dietro i pesanti tendaggi e il cupo brontolio del tuono faceva tintinnare i bicchieri all’interno della massiccia cristalliera sulla parete di fronte. In piedi, al centro dell’ampio salone, Raimondo era tormentato da infausti pensieri che la tempesta non faceva che accentuare. La luce tremula di numerosi candelabri copriva le pareti della stanza di ombre danzanti. In silenzio, il principe ritornò verso il piccolo scrittoio nell’angolo della sala, spense il lume a olio che ne rischiarava il piano e riprese per l’ennesima volta tra le mani la lettera che aveva terminato di scrivere da oltre mezz’ora. Voltando le spalle a uno dei candelabri della stanza rilesse con lo sguardo triste le poche righe che aveva già firmato con le insegne della famiglia dei Sansevero. Sapeva che quella notte sarebbe potuta essergli fatale, ma proprio il tremendo temporale che scuoteva Napoli gli lasciava una flebile speranza. Per quanto ci pensasse e ci ripensasse non riusciva a trovare un modo migliore di mettere su carta quel che doveva, eppure non si sentiva per nulla soddisfatto della lettera che stringeva tra le dita.

     Sentì bussare con delicatezza alla porta del salone e automaticamente diede l’avanti.

     “Signurì’, la cena è pronta. Stasera v’aggio preparato o crapett’ ch’ e’ patane e a pummarola. Faccio mettere in tavola, eccellé ?[1]

     Sulla soglia dello studio Bianchina, la vecchia governante che era al suo servizio fin da quando era un bambino, stringeva tra le mani tremanti per l’età l’ennesimo candelabro e aspettava una sua risposta con lo sguardo sereno di sempre. Bianchina era per il Principe la cosa più simile a una madre che avesse mai conosciuto, dopo la morte prematura di Cecilia Gaetani D’Aragona, avvenuta quando lui aveva appena un anno. Anche se era disdicevole per un uomo nella sua posizione, provava un sincero affetto per l’anziana donna di servizio.

     “No Bianchina, mi dispiace, ma stasera non tengo fame. Dite a Tonio che può anche chiudere il portone e andarsene a letto. Io farò lo stesso tra poco.”

     La donna ebbe un piccolo sussulto. Raimondo sapeva che anche lei nutriva per lui un affetto profondo e che se avesse potuto gli avrebbe ricordato che non era affatto cosa buona mettersi a letto senza cena. Ma la donna non era nella condizione di poter contraddire il Principe e così si congedò senza alcun commento dal suo padrone e uscì dal salone richiudendo la porta alle sue spalle.

     Quasi contemporaneamente un tuono più forte degli altri scosse l’intero palazzo, arrivando a far risuonare perfino le campane del duomo. Raimondo sobbalzò, ma si rallegrò ancora una volta, sperando che la burrasca potesse salvarlo dalla sorte che lo attendeva. Se fosse riuscito a passare indenne quella notte, la mattina seguente la sua carrozza sarebbe ritornata dalle Puglie e lui sarebbe potuto ripartire immediatamente alla volta di qualcuno dei suoi possedimenti più remoti, senza destare troppi sospetti, e lì sarebbe potuto rimanere almeno finché le acque non si fossero calmate. La fuga era sicuramente una soluzione vile e ignominiosa, ma qualunque via d’uscita sarebbe stata migliore che accettare di finire sotto il giudizio Romano della Santa Inquisizione.

     Il principe di Sansevero era sempre stato un personaggio un po’ strano e bizzarro. In un’epoca in cui i nobili consideravano disdicevole e plebeo interessarsi di meccanica, di alchimia e di astronomia, Raimondo era riuscito a conquistarsi la fiducia del re proprio grazie alle sue invenzioni e alle sue scoperte. Anzi, Raimondo de Sangro, settimo principe di Sansevero, era stato accolto a corte proprio grazie a una di queste sue trovate geniali, una speciale mantella impermeabile che aveva offerto al re durante una battuta di caccia sotto la pioggia, e dalla quale il sovrano non si era più voluto separare. Già quella volta, dunque, la pioggia era stata sua alleata. La sua posizione si era poi consolidata col passare del tempo, sempre grazie ai ritrovati tecnologici che sapeva proporre al re al momento giusto. Come quando era riuscito a fornire all’artiglieria di corte una carta per i proiettili dei cannoni più resistente e affidabile di quella che erano sempre stati costretti a procurarsi dall’Inghilterra. Ma era stata proprio l’invidia per questa sua ottima posizione a corte e per la fiducia che il re riponeva nelle sue capacità tecnologiche a procurargli, forse, nello stesso tempo anche l’odio di qualcuno. Un ambiente difficile quello della corte del Regno delle Due Sicilie. Come quello di qualsiasi altra corte, d’altra parte. Ma ormai era un fatto che negli ultimi mesi strane voci sul suo conto erano cominciate a circolare un po’ dovunque; voci che lo volevano eretico e blasfemo, addirittura vicino alle teorie newtoniane d’oltremanica. Voci infondate, senza dubbio, proprio adesso che i suoi interessi erano concentrati su argomenti molto più tecnici che teologici. Proprio adesso che le sue ricerche nella stanza segreta della Fenice, sotto il salone principale del suo palazzo, lo avevano portato a una scoperta che neanche la sua scienza sapeva ancora qualificare. Ma, evidentemente, quelle voci avevano seguito il percorso sperato da chi le aveva messe in giro, ed erano giunte alle orecchie più adatte. Quei due monaci gesuiti, Innocenzo Molinari e Francesco Pepe, lo avevano interrogato già cinque volte, facendosi accogliere nel suo palazzo come messi della Santa Sede. Il principe aveva fatto di tutto per convincerli della sua estraneità a quelle o ad altre teorie teologiche. Gli aveva mostrato la cappella di famiglia, a pochi passi dalla sua dimora, che stava facendo rimodernare con magnifiche opere d’arte dai più grandi artisti dell’epoca. Era arrivato a parlar loro anche delle teorie scientifiche delle quali si stava interessando in quel momento per mostrar loro quanto fossero lontane dall’essere eretiche. I due monaci avevano sempre annuito in silenzio, ma Raimondo aveva capito benissimo che nessuno dei due aveva mai avuto alcun dubbio sulla sua colpevolezza. Nel loro mondo le voci di corridoio, le denunce anonime e le delazioni contavano più delle prove, e quelle visite nel palazzo dei Sansevero erano solo un passaggio obbligato verso un finale inevitabile nel quale il principe sarebbe stato trascinato di fronte al tribunale della Santa Inquisizione, a Roma, e quindi tradotto in carcere o, peggio ancora, al patibolo. Ma per fortuna Raimondo aveva ancora qualche amico nella curia partenopea, e aveva saputo per tempo che l’ultimo atto di quell’inchiesta sarebbe scattato quella notte. I due monaci, accompagnati da quattro guardie vaticane, erano già in viaggio da Roma alla volta di Napoli. Quella notte stessa si sarebbero presentati al palazzo Sansevero in Piazza Duomo e avrebbero costretto il principe a seguirli nel loro viaggio di ritorno verso la Santa Sede. Purtroppo, Raimondo non aveva potuto approfittare in pieno di quella soffiata. Non si era potuto spostare dal suo palazzo perché la sua carrozza era appena andata ad accompagnare la moglie presso la dimora del padre di lei, nelle Puglie, e la sua partenza a bordo di un mezzo diverso avrebbe dato troppo nell’occhio. E poi, d’altra parte, anche se avesse avuto a disposizione la sua carrozza, non era neppure sicuro che sarebbe davvero partito prima di mettere al sicuro i risultati scientifici ai quali era appena giunto. Aveva riposto un suo scritto e alcuni contenitori di vetro in una piccola cassa di legno, e aveva passato il pomeriggio a nascondere personalmente quel materiale in un luogo segreto, ma non lontano dal palazzo. Dopodiché si era dedicato a scrivere di suo pugno la lettera che ora aveva ripiegato e riposto nelle sue tasche. Era una lettera apparentemente innocua, ma letta dagli occhi giusti avrebbe potuto rivelare il luogo in cui quel materiale era stato nascosto. Raimondo la immaginava come una specie di testamento, o di assicurazione sulla sua reputazione, che stava lasciando ai suoi posteri qualora le cose si fossero messe al peggio.

     Ma la tempesta gli lasciava ancora un tenue filo di speranza: ora che aveva sistemato ogni cosa, non appena la sua carrozza fosse tornata, una sua partenza non avrebbe dato nell’occhio e forse, sfruttando gli amici che ancora aveva, a corte e nella curia, in poche settimane sarebbe riuscito a far rientrare il problema.

     Un forte rumore lo scosse da quei pensieri. Sulle prime pensò a un nuovo tuono. Ma poi il rumore si ripeté, ritmato e più chiaro, tanto da non dare adito a errate interpretazioni: erano colpi decisi sul portone d’ingresso del suo palazzo che aveva appena fatto serrare. Prese un candelabro dalla bassa cervantes che occupava un intero lato del salone e cominciò a scendere lentamente gli ampi gradini dello scalone che portava giù, nell’atrio d’ingresso. Tonio era già sceso e aveva aperto lo spioncino del portone. Dalla piccola finestrella quadrata la pioggia entrava con prepotenza nel palazzo, tanto che la faccia dell’uomo era già tutta bagnata.

     “Chi site? Che ‘vulite a chest’ora?”[2] stava urlando attraverso lo stretto spiraglio.

     “Sono Padre Innocenzo Molinari, e con me ci sono anche Padre Francesco Pepe e le guardie della Santa Sede. Dobbiamo parlare col Principe”

     La voce del gesuita, più alta di un’ottava, strideva per sopraffare il rumore del temporale e l’angusto spioncino non riusciva a nascondere la soddisfazione del monaco per quella visita notturna.

     “E nun putite turnà ddimane matina? O principe se juto a cuccà![3]

     “Apri questo portone, o te ne pentirai, disgraziato!” urlò ancora il prete, fermo sotto gli scrosci della pioggia.

     “Apri, Tonio” confermò il principe dallo scalone. “E poi vatti ad asciugare che sei tutto bagnato.”

     “Principe, ma chisti me pare ca tenano mala capa[4]

     “Non ti preoccupare Totò. Falli entrare e poi lasciaci soli.”

     Senza ribattere nulla lo stalliere cominciò ad aprire il portone, nello stridore dei chiavistelli. Non appena aprì, i due monaci e i quattro armati si riversarono all’interno insieme alla pioggia sempre più inferocita. Erano ancora sull’arco della porta quando un lampo illuminò a giorno la piazza, definendo in controluce le loro sagome. Tonio, completamente bagnato anche lui, si affrettò a chiudere il portone alle loro spalle e poi si allontanò come il suo padrone gli aveva chiesto. I sei visitatori si ritrovarono nell’ampio vano d’ingresso, grondando acqua da tutte le parti.

     Raimondo scese gli ultimi gradini che lo separavano dai nuovi arrivati e si trovò faccia a faccia con Padre Innocenzo Molinari. La pioggia gli aveva incollato i capelli sulla testa e la barba sul volto. Un ghigno che poco si addiceva al volto di un uomo di chiesa gli illuminava lo sguardo.

     “Siamo al dunque, Principe!” disse piegando la testa da un lato.

     “Al dunque saremo solo quando un giorno ci troveremo al cospetto di Nostro Signore, Padre.”

     “Metti dunque in dubbio il potere della Chiesa su questa Terra? Avete sentito? Di quali altre prove avrà bisogno il Tribunale romano per condannare quest’uomo eretico?”

     “Cosa volete da me?”

     “Fingi ancora di non aver capito? Siamo qui per scortarti a Roma, dove dovrai affrontare il tribunale della Santa Inquisizione in relazione alle accuse di eresia che ti sono state mosse.”

     “Io non ho mai fatto, detto o pensato nulla di eretico. Sono un uomo devoto. Vi ho anche mostrato la mia Cappella…”

     “Sacrilego!” intervenne Padre Francesco Pepe. “E tu osi chiamare cappella quel luogo pieno di riferimenti cabalistici, di demoniache finzioni ottiche e di spregevoli ornamenti frutto delle tue pratiche alchemiche?”

     “Pratiche alchemiche?” chiese il Principe.

     “Sì” rispose ancora Padre Innocenzo Molinari “sanno tutti che siete dedito a questo tipo di studi. Cercate, come tutti gli altri, la pietra filosofale che possa farvi arricchire, ma non vi accorgete che la vera ricchezza è solo quella che riuscirete a conquistarvi nel Regno dei Cieli…”

     “Ma questa è pura pazzia! Non ci penso neppure alla pietra filosofale. Anzi, per me, non esiste. Non esiste nessuna tecnica scientifica che possa cambiare il piombo in oro…” si accalorò il Principe.

     “Poche chiacchiere! Il processo non è ancora iniziato. Prendete un pastrano e venite con noi in carrozza. Racconterete tutto ai giudici del Tribunale.”

     Senza rispondere nulla, il Principe risalì lo scalone e lo ridiscese subito dopo coperto da un pesante cappotto e da una mantella impermeabile, simile a quella che aveva regalato al re.

     “Andiamo!” disse ai suoi aguzzini

     Il portone fu aperto di nuovo da una delle guardie e Raimondo si ritrovò nella piazza sotto la pioggia scrosciante. Alzò gli occhi al cielo e vide ancora diversi lampi tra le spesse nubi che ricoprivano la città. Sollevò il bavero del suo cappotto e salì a bordo della carrozza.

Roma, oltre due secoli e mezzo dopo…

CAPITOLO I

     Sandra pedalava veloce sull’acciottolato delle vie cittadine. Lo zaino colorato sulle sue spalle si spostava alternativamente a destra e a sinistra al ritmo delle sue pedalate, riflettendo ora sì e ora no la luce del sole che splendeva sulla Capitale negli ultimi giorni di quello splendido mese di Maggio. Dal suo iPod, attraverso le cuffiette ad alta fedeltà, la musica dei Roxette le arrivava direttamente al cervello. Era di ottimo umore. La sua ricerca stava andando benissimo e il giro di amicizie che si era fatta nella sua nuova città era davvero divertente.

     Il semaforo in fondo alla strada era rosso, ma Sandra sapeva sgusciare tra le auto ferme come un pesce tra le alghe, e in un baleno si trovò proprio sotto la luce rossa. Poggiò un piede a terra, sul marciapiede, e si predispose mentalmente ad aspettare che scattasse il verde. Alla sua sinistra c’era un’utilitaria nera, ferma come lei ad attendere il verde. Alla guida un ragazzo, o un uomo, non sapeva bene come etichettarlo, tra i trenta e i quaranta, stava armeggiando con lo stereo. O, per meglio dire, gli stava inveendo contro. Dal finestrino passeggero aperto Sandra poteva seguire tutta la scena. Si sfilò uno dei due auricolari e, sempre col sorriso stampato sulle labbra, cercò di cogliere tutti i particolari di quella situazione, ai suoi occhi così divertente.

     “Che ti prende, adesso? Prima la radio, adesso neppure con i CD vuoi funzionare? Guarda che ti cambio, eh?”

     Sandra non era una ragazza intraprendente, ma forse per lo stato d’animo particolarmente brioso di quella mattina, forse perché anche lei di tanto in tanto parlava con le cose, soprattutto col sul PC capriccioso, le venne spontaneo intervenire. Piegò la testa attraverso il finestrino aperto e disse sorridendo:

     “Forse quel CD non gli piace!”

     Il guidatore fu colto di sorpresa e nel sollevare la testa picchiò contro lo sterzo, mugugnando di dolore.

     “Mi dispiace!” esclamò Sandra portandosi una mano alla bocca, ma senza riuscire a nascondere la risata che le era balzata sulle labbra.

     “Non è niente” rispose lui massaggiandosi la testa. “Ma sei fuori strada: quel CD è una compilation con il meglio dei Roxette, non può non piacergli.”

     “Davvero sono i Roxette? Non ci posso credere: li sto ascoltando anch’io!”

     Nel frattempo era scattato il verde e gli altri automobilisti in coda avevano cominciato a strombazzare con i loro clacson impazienti.

     “Un momento!” urlò il ragazzo voltandosi indietro. E poi, rivoltosi alla ragazza: “Che ne dici se mi accosto un attimo?”.

     “Veramente vado di fretta, ma non sono tanti quelli a cui piacciono i Roxette! Giusto un minuto, però”

     Il ragazzo sorrise, avanzò con l’auto di alcuni metri e non appena trovò un buco libero sulla destra accostò e scese dall’auto.

     Sandra si accorse così che era alto almeno dieci centimetri più di lei e ben piazzato.

     “Io mi chiamo Sergio, ciao!”

     “Io Sandra” disse lei stendendo la mano.

     “Se devo essere sincero, non sono un fan dei Roxette” aggiunse lui subito dopo avergliela stretta. “Ieri sera un amico mi ha masterizzato questo CD e ancora non sono riuscito ad ascoltarlo…”

     “Ah!” fece lei.

     “Sì, lo so che non è proprio legale, ma se mi piacciono poi mi compro il CD originale. E sono sicuro che se piacciono a te devono essere un bel gruppo” aggiunse poi sorridendo. “Spero solo che il mio stereo sia disposto a farmeli ascoltare.”

     Rimasero così a guardarsi negli occhi per qualche secondo. Poi entrambi scoppiarono a ridere, quasi nello stesso momento.

     “Senti – disse lei – io devo andare, davvero. Devo essere alla Biblioteca Vaticana entro un quarto d’ora o non mi lasceranno più entrare…”

     “E chi racconterà qualcosa sui Roxette a un povero ignorante?”

     “Prova a cercare su internet, ci sono un sacco di siti!”

     “E se invece mi dessi il tuo numero di telefonino?”

     Sandra restò interdetta per un momento. Quel ragazzo un po’ impacciato non le sembrava un tipo pericoloso, ma non era nel suo stile lasciare il suo numero di cellulare al primo arrivato.

     “Facciamo così, ti lascio la mia e-mail.”

     Sfilò un blocchetto dal suo zaino, scrisse il suo indirizzo elettronico su uno dei foglietti e glielo porse.

     “Penso che ti scriverò oggi stesso!”

     “Vedremo…” disse lei. “E cerca di aggiustare quello stereo: ne vale la pena!”

     “Per ora, sono contento che si sia rotto al momento giusto…”

     “Devo andare! Ciao!”

     E così dicendo risalì in bici e scappò via.

     A Sergio una cosa del genere non era mai capitata. La guardò andar via dondolando lo zaino, e non solo quello, e si chiese se davvero quello fosse il suo giorno fortunato. Sandra era indubbiamente carina. Non un tipo da modella, certo, ma con quel visetto furbo, i capelli di un rosso brillante e tutte le curve al posto giusto era di sicuro una conoscenza da approfondire. Soprattutto in quel periodo della vita di Sergio.

     Risalì a bordo della sua macchina e prima di partire infilò ancora la testa sotto il cruscotto per controllare lo stereo: un filo staccato! Un quarto d’ora prima l’avrebbe maledetto, quel filo. Ora invece lo ringraziò per aver preso l’iniziativa di scollegarsi proprio allora! Rimettere le cose a posto fu questione di un attimo. Perché nella vita reale non era altrettanto semplice?

     Rimise in moto e si avviò verso il suo ufficio. Sarebbe arrivato in ritardo. Ma poteva permetterselo. Era uno dei pochi diritti che aveva maturato nel laboratorio dove lavorava. Anche perché, se c’era da tirar tardi la sera, o da lavorare di sabato, lui non si faceva certo problemi. Dopotutto, in quel periodo, era contento di restare in ufficio il più a lungo possibile. Si sentiva a suo agio in quell’ambiente, aveva la situazione sotto controllo, aveva buone possibilità di saper affrontare qualunque emergenza dovesse venir fuori, e soprattutto sentiva che tante persone lì dentro contavano su di lui e si fidavano della sua esperienza senza metterla mai in dubbio.

     Sergio Principe lavorava per l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, e in particolare coordinava il piccolo gruppo di progettisti che si dedicava agli impianti di bordo dello SkyRider, il primo veicolo spaziale europeo che sarebbe partito di lì a pochi anni alla conquista dello spazio, probabilmente di Marte. Interessarsi di circuiti di aerazione e di illuminazione, o di impianti per lo smaltimento dei rifiuti organici nello spazio, mentre altri si dedicavano ai motori, ai radar, alla strumentazione di bordo, ai materiali supertecnologici che avrebbero costituito la navetta, e ad altri aspetti probabilmente più entusiasmanti di quell’avventura, non lo infastidiva. Come il suo capo era solito ricordargli, anche quelli di cui si interessava lui erano elementi fondamentali per la riuscita dell’impresa. Se i suoi impianti non avessero funzionato a dovere i primi astronauti di una missione europea sarebbero potuti morire asfissiati, congelati, o perfino di colera, quand’anche motori, radar e tutto il resto avesse funzionato alla perfezione.

     Ma non erano soltanto questi i motivi che lo spingevano ad amare il suo lavoro. Gli aspetti tecnici di quel lavoro non erano meno interessanti degli altri settori. Anche lì tutte le funzioni erano controllate da un computer, anche lì sofisticati sensori dovevano tenere costantemente sotto controllo la composizione dell’atmosfera e dei liquidi all’interno della navetta e se qualche parametro risultava fuori norma il sistema avrebbe dovuto intraprendere le giuste azioni correttive. Sergio si sentiva realizzato nel dominare tutto quel sistema, quel piccolo universo in miniatura, ed era riuscito a trasmettere anche ai suoi collaboratori la giusta dose di passione per quel lavoro. Inoltre, i ritmi alterni dell’attività lavorativa, ora intensa, ora più rilassata, gli lasciavano spesso i tempi per i suoi hobby, la musica e il modellismo.

     Quando raggiunse il parcheggio del suo stabilimento, aveva ancora il sorriso stampato sulle labbra. Quella giornata era iniziata proprio in un modo piacevole.


[1] “Sua Signoria, la cena è pronta. Stasera vi ho preparato il capretto con patate e pomodoro. Faccio mettere in tavola, Eccellenza?”

[2] “Chi siete? Cosa volete a quest’ora?”

[3] “E non potete tornare domani mattina? Il principe è andato a dormire!”

[4] “Principe, ma questi mi pare che abbiano brutte intenzioni”

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